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Quanto ci manca la conservazione nella societa’ del rumore

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Montefoschi Giorgio

 

C he fine ha fatto, nel mondo occidentale, la conversazione? Che fine hanno fatto le deliziose chiacchiere che, all’ inizio della Ricerca del tempo perduto , accendono la curiosità delle vecchie zie (sorelle della nonna del narratore), nel giardinetto di Combray, quando arriva Swann? Che fine hanno fatto le conversazioni meravigliose in cui si parlava di tutto (dai più atroci pettegolezzi al caso Dreyfus), come accadeva nei Guermantes , nei ricevimenti tipo quello in casa della marchesa di Villeparisis, lunghi oltre cento pagine, dominati dallo sguardo implacabile della duchessa di Guermantes, prima dell’ entrata in scena del signor di Charlus? Che fine hanno fatto i colloqui trepidanti sull’ arte e sulla vita che riempiono la notte parigina, come li leggiamo nella Musa tragica , il romanzo meno conosciuto di Henry James? Che fine hanno fatto gli spietati colloqui apparentemente sul nulla, in realtà sui segreti più profondi dell’ esistenza, con i quali sono costruiti i romanzi di Ivy Compton-Burnett, la signora più cattiva della letteratura inglese? E, in Italia, oggi, ai nostri giorni, che cosa sta succedendo? Gli italiani – che da pochi decenni hanno smesso di usare il dialetto per usare una lingua comune, e non hanno avuto, bisogna riconoscerlo, tanti romanzi in cui specchiarsi, e far risuonare le possibili conversazioni – parlano fra di loro, si scambiano delle opinioni, confrontano delle idee, quando non sono attaccati alla televisione che amano moltissimo, quando riescono a spegnerla con uno sforzo sovrumano e con dolore, e da qualche parte si incontrano? E, se parlano, obbediscono a un ritmo interiore quieto, consapevole, attento; a un modo di proporsi nei confronti dell’ interlocutore, umile, curioso, desideroso di essere convinti e magari smentiti (il modo migliore per un vero dialogo, come suggeriva Montaigne); oppure obbediscono all’ ansia di certificare senza alcuna possibilità di dubbio le proprie posizioni; alla ostinazione; alla incapacità di cambiare idea (essendo questa eventualità considerata letale)? Infine, se avvengono queste conversazioni, rubate al chiasso dei ristoranti, alla musica assordante dei bar o degli stabilimenti balneari, alle invasioni barbariche dei telefoni cellulari, alla preoccupazione – nelle cene – di capire quanto i commensali siano contro o a favore di Berlusconi e Bersani, Vendola e De Magistris, lasciano qualcosa nella mente e poi nella memoria a breve dei partecipanti che non sia un puro suono, spesso sgraziato, spesso arrogante, tanto simile a quello dei talk show e dei contenitori televisivi? Alcune domeniche fa, sono stato invitato da amici che non vedevo da moltissimo tempo a prendere un tè. A Roma era piovuto. Sotto gli alberi dei bei viali che precedono l’ università, faceva fresco. Sembrava di stare in maggio o giugno a Parigi. E la casa dei miei amici era tranquilla e accoglientissima. Ogni tanto suonava il campanello e si aggiungeva qualche ospite che raccontava da dove veniva. Bevevamo il tè. Parlavamo di persone che alcuni conoscevano, altri no; di poesie e di libri; di cose non troppo complicate. Ascoltavamo. Insomma: eravamo in conversazione. Ma lo eravamo talmente, e tanto gioiosamente, e tanto stupefatti di esserlo (perlomeno io), che il tempo è volato. E quando, dopo un paio d’ ore, sono uscito da questa casa improbabile, ho pensato di essere uscito da un sogno. O da un romanzo scritto a cavallo dell’ Ottocento e del Novecento. Dunque, ero di ottimo umore. Poi, naturalmente, nelle ore successive, nei giorni successivi, questo sogno a poco a poco s’ è sbiadito. O, per meglio dire, è stato inghiottito dalle solite voci quotidiane che sanno produrre soltanto suono. Le mie orecchie si sono presto assuefatte a quel suono. La mia voce, di sicuro, ha contribuito a produrre quel suono. E il mio umore, di conseguenza, è ridiventato pessimo.