A sentire gli scienziati evoluzionisti uno dei nostri più gravi guai contemporanei risale alle origini dell’Homo Sapiens quando abbiamo collaudato l’egocentrismo, non solo per contare più degli altri, ma come uno scudo per sopravvivere, una necessità per fare fronte alle prime forme di competizione ( e di scalata) sociale. Se anche questo fosse vero, dobbiamo riconoscere che la storia dell’umanità è stata impietosa, e a fronte di un progresso incalzante, velocissimo, di un continuo meravigliarci per le opportunità che offre la tecnologia, sembriamo condannati, quasi una legge del contrappasso, a un lento declino nella nostra convinzione di essere tutti, ognuno di noi distinto e distante dagli altri, al centro di tutto, del mondo.
Lasciamo da parte un attimo i narcisisti patologici, una razza che, a proposito di evoluzione, si riproducono al ritmo e all’intensità dei conigli, e parliamo di noi, guardandoci allo specchio. L’ossessione per ciò che astrattamente consideriamo autostima, umanissimo sinonimo di ambizione, ci porta a non avere neanche il piacere di godere per il nostro successo. Lo consideriamo fragile, transitorio, sempre a rischio, effimero, mai solido e duraturo. Risultato: osservate, come in un esercizio di birdwatching, l’uomo che fa carriera, arriva in un posto e che cosa fa invece di godersi l’approdo nel paradiso del successo? Pensa al prossimo scalino da salire, al nuovo sgambetto da fare, e si avvelena il cervello iniziando a mettere nella sua blacklist mentale tutti coloro che osano impedirgli, almeno potenzialmente, di andare avanti.
La gioia del successo che si trasforma in un calvario del dopo-successo, è solo uno dei tanti paradossi ai quali ci condanna l’egocentrica idea di essere al centro di tutto, del mondo, come se nulla potesse andare avanti senza di noi, mentre un vecchio adagio popolare ci ricorda che “tutti siamo utili, ma nessuno è indispensabile”. Un altro paradosso di sentirsi al centro del mondo, con la pancia a forma di pallone, il petto che sporge all’infuori e si gonfia con il gas della vanità (avete presente il sorrisetto, l’alzata di sopracciglio e gli occhi mezzi chiusi di Romeo, er gatto del Colosseo nella sublime favola che parla di noi, Gli aristogatti?) è che non ci chiediamo mai di quale mondo si tratta, forse perché sappiamo che potremmo rischiare una brutta delusione. Il mondo di chi si sente al centro del mondo semplicemente non esiste, non ha nulla, se non qualche surrogato, del reale, è solo una costruzione della nostra testa che guarda compulsivamente verso l’alto.
E talmente rischiamo di deragliare, in questo declino dell’intelligenza prima che dell’empatia, che quando ci sentiamo al centro di tutto, comunichiamo con un pensiero inquinato dall’Io dilagante, persino fastidioso. La domanda classica dell’egocentrico incallito, è di rivolgersi all’altro con un secco “Ciao, come sto?”, ma questa è solo una battuta, perchè dietro c’è molto peggio. Sentirsi al centro del mondo riduce qualsiasi paesaggio e orizzonte, l’unica cosa che riusciamo a vedere è il nostro ombelico. Anche nel dolore, nella difficoltà, l’egocentrico al centro di tutto e tutti, risulta fastidioso, respingente, da tenere a distanza. Si avvicina, ci parla, si apre, ma alla fine è solo un inutile lamentodei propri (talvolta solo presunti) guai, che di sicuro sono parva materia rispetto a quelli dell’interlocutore. E il povero malcapitato, in questo dialogo surreale, non avrà mai il coraggio e la freddezza di dire l’unica frase che l’egocentrico merita: <Se vuoi, quando hai finito, inizio a lamentarmi per i miei problemi, e così vediamo chi sta messo peggio…>.
Nonostante l’epidemia che assembla narcisismo e egocentrismo, non è neanche pensabile che bisogna rassegnarsi a questa forma di spreco e di declino dell’intelligenza (un bel colpo a favore di quella artificiale che intanto parla senza sentirsi al centro di tutto semplicemente perché si trova proprio in quella posizione) e ci sono tante pillole naturali che possiamo ingerire per liberarci di questa stupida ossessione: la sobrietà, la pazienza, l’empatia, la leggerezza, l’ironia abbinata all’autoironia. L’importante è arrivare al dunque, scansare l’incertezza di una trappola da dove non sappiamo uscire (“Ma dove sono finito a forza di sentirmi al centro di tutto”?), respirare profondamente e iniziare a godersi gli attimi del piacere dell’insignificanza.
Leggi anche:
Vuoi conoscere una selezione delle nostre notizie?
- Iscriviti alla nostra Newsletter cliccando qui;
- Siamo anche su Google News, attiva la stella per inserirci tra le fonti preferite;
- Seguici su Facebook, Instagram e Pinterest.

