Durante la guerra in Ucraina, scoppiata in seguito all’aggressione di un paese sovrano e membro delle Nazioni Unite, l’Onu non è riuscita a fare nessuna delle tre cose che pure erano, in teoria, alla sua portata. Un’efficace e unanime (Russia a parte) risoluzione contro la condanna dell’invasione. Un’attività di moral suasion nei confronti di Putin per aprire un vero e proprio tavolo di trattative, senza lasciare questo nelle mani velleitarie ed estemporanee di singoli paesi. La Turchia, l’Egitto, Israele. L’approvazione dell’uso della forza, pure previsto nei casi più gravi. Stessa cosa in Medio Oriente e in Iran, dove le incursioni di Donald Trump e Benjamin Netanyahu non trovano alcun contenimento (o almeno disapprovazione) da parte delle nazioni unite, mentre le trattative per siglare una pace stabile e duratura sono affidate agli Emirati Arabi, grandi finanziatori di conflitti bellici quando sono in gioco i loro interessi.
La lunga eutanasia dell’Onu, non solo nei casi di gravissimi conflitti come quello in Ucraina, è uno dei più grandi buchi neri della globalizzazione. Abbiamo globalizzato mercati, valute, merci, lavoro, materia prime. Ma non ha fatto un millimetro avanti una governance sovranazionale, senza la quale la globalizzazione sarà sempre zoppa ed esposta a macroscopiche ingiustizie. Anzi: la forza dell’Onu è diminuita, il suo ruolo è diventato sempre più marginale, e la paralisi, voluta in modo cosciente, è contenuta nel meccanismo di funzionamento del Consiglio di Sicurezza, il cuore della galassia delle Nazioni Unite. l’Onu non è un’istituzione astratta, ma un’organizzazione di stati, e quindi la responsabilità del suo fallimento va ricercata proprio nelle politiche degli stati che comandano al Palazzo di vetro. A partire dai componenti del Consiglio di sicurezza.
Il Consiglio di sicurezza è formato da cinque membri (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito), ovvero i vincitori della Seconda guerra mondiale con l’aggiunta della Cina diventata ormai una potenza dalla quale non si può prescindere per qualsiasi trattativa di peso. Ai rappresentanti dei cinque paesi permanenti poi si aggiungono i rappresentanti di altre dieci nazioni, a rotazione. Dove sta il trucco del Consiglio di sicurezza? Che cosa ne impedisce il reale funzionamento e ne spreca l’utilità? Semplice: tutti e cinque i paesi permanenti hanno un diritto di veto. Alzano un dito e possono bloccare, da soli, qualsiasi provvedimento.
Con questa architettura e con la relativa distribuzione del potere, l’Onu può fare molto poco rispetto ai conflitti internazionali. Ha le mani legate. E chi dice che le Nazioni Unite rispondono solo agli interessi degli americani (che pure hanno un peso determinante al loro interno) o è in malafede oppure non conosce come stanno le cose. Il potere reale, grazie ai veti che possono imporre, è nelle mani di tutte le cinque nazioni che fanno parte del consiglio di sicurezza. Risultato: dal 1945 soltanto in sette occasioni il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato risoluzioni che consentissero l’uso della forza per porre fine a conflitti molto sanguinosi. Guerre però con epicentri locali (Bosnia, Haiti, Kosovo per fare degli esempi) dove non erano in gioco direttamente gli interessa di nessuna delle cinque nazioni che fanno parte stabilmente del Consiglio di sicurezza. Inutile dire che qualsiasi tentativo di riformare il meccanismo che regola il funzionamento dell’Onu rispetto ai conflitti nel mondo è sempre andato a vuoto. E la Francia, che tanto parla di Europa e di Stati Uniti d’Europa, si è sempre rifiutata di cedere il suo posto fisso nel Consiglio di sicurezza a un rappresentante dell’Unione.
Come tutti gli elefanti d’argilla, l’Onu è una macchina mastodontica che, tra sprechi e risorse gonfiate, ha costi enormi per gli stati che ne fanno parte. Il costo dell’Onu è attorno ai 50 miliardi di dollari, coperti per il 22 per cento dai finanziamenti degli Stati Uniti, una cifra che comprende anche le operazioni di peacekeeping. Quanto all’Italia, versiamo ogni anno all’Onu e alle sue agenzie 747 milioni di dollari. C’è da chiedersi a questo punto se non siano in gran parte soldi sprecati.
In questo arretramento di un’organizzazione vitale per rendere il mondo più pacifico e sicuro, c’è una sola eccezione: il World Food Programme (WFP), l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite che si occupa di fornire cibo e assistenza economica nelle emergenze, soprattutto durante guerre, disastri naturali e crisi economiche. Nelle guerre in Ucraina, Medio Oriente e Iran, il suo ruolo umanitario non è mai venuto, grazie alla generosità di centinaia di dipendenti che in queste zone rischiano ogni giorno la vita.
In Ucraina il WFP, che non a caso nel 2020 ha ricevuto il Nobel per la Pace, è il principale attore umanitario dall’inizio dell’invasione: distribuisce cibo a centinaia di migliaia di persone, raggiungendole ovunque, anche nelle aree vicino al fronte. La sua assistenza si allarga agli sfollati interni e ai rifugiati in altri paesi europei. In Medio Oriente, nonostante i tanti tentativi di boicottaggio da parte di Israele, il WFP porta aiuti alimentari d’emergenza a popolazioni colpite dalle guerre e dai blocchi. Inoltre gestisce distribuzioni di cibo e voucher/cash per permettere alle famiglie di comprare beni essenziali. In Iran supporta soprattutto rifugiati afghani e iracheni presenti nel paese.Senza l’attività incessante del World Food Programme, la tragica contabilità dei morti di questa terza guerra mondiale e pezzi sarebbe molto più pesante.
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