Ci sono parole importanti che vengono soffocate dagli eventi, fino a diventare impronunciabili. Come nel caso della parola pace: provate soltanto, in una qualsiasi discussione, ad accennarla e state tranquilli che sarete zittiti in pochi secondi. Il dizionario ha preso atto dell’espulsione di questo vocabolo dal nostro linguaggio corrente, lasciandole l’uso in esclusiva soltanto a quei rompiscatole dei preti, dal parroco vicino casa al Papa. L’erosione semantica ha la sua radice nell’abitudine, che consideriamo naturale, con la quale osserviamo la guerra, ovunque esploda e chiunque la faccia partire. Morti, feriti, vittime innocenti, diventano soltanto i numeri di una macabra contabilità. Siamo assuefatti e passivi di fronte all’evolversi della guerra, e il concetto di pace non è preso in considerazione neanche come un’utopia. La parola è stata cancellata perché ciò che sottintende non è più una possibilità, e dunque chi la pronuncia evoca qualcosa che non può esistere, come dimostrano i fatti.
Con uno spaventoso passo indietro culturale e psicologico, abbiamo ormai maturato la convinzione che soltanto la violenza delle armi possa regolare i conflitti e persino le relazioni internazionali. C’è sempre un buon motivo per bombardare case e persone, e in fondo la guerra è ormai considerata un prezzo da pagare per cullare l’idea che si tratti del migliore rimedio per assicurarci la possibilità di convivere. Ci sono stati altri periodi della storia, neanche troppo lontani, pensiamo agli anni Settanta, nei quali la violenza era considerata ineludibile per regolare i conflitti. Ma allora, almeno era impregnata di suggestioni e motivazioni ideologiche: oggi è la violenza a tutto tondo, come mezzo e come fine, che cancella il diritto internazionale, esclude qualsiasi possibilità di negoziato multilaterale che non sia preceduto dal solito bombardamento. Solo la violenza, e nient’altro, può mettere ordine nelle nostre vite.
La regressione è inarrestabile. Dopo gli orrori di un mezzo secolo, la prima parte del Novecento, insanguinato da due guerre mondiali (di fatto un unico conflitto con un breve intervallo), tutto ciò che aveva a che fare con le armi veniva confinato all’obiettivo della deterrenza, parola-chiave nella lunga stagione della Guerra Fredda, quando il pensiero dominante richiamava l’antico detto latino, attribuito allo scrittore romano Publio Flavio Vegezio Renato: Si vis pacem, para bellum; se vuoi la pace prepara la guerra. Henry Kissinger, il più influente protagonista della politica estera americana del XX secolo, non certo un pacifista, considerava il traguardo della pace imprescindibile dagli obiettivi della stessa guerra. Guai, a dare spazio alle armi senza avere aperto, allo stesso tempo, un canale solido e costruttivo per negoziare la condizioni di una pace duratura, che non fosse soltanto una fragile tregua. Adesso è la guerra a diventare duratura, tendenzialmente senza fine.
Tutto si è rovesciato, e mentre contiamo il più alto numero di conflitti armati mai visti nel pianeta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la guerra è diventata lo strumento politico di un qualsiasi negoziato, escludendo l’ipotesi di fermarla prima che esploda, e non riconoscendo ruolo e funzione a qualsiasi istituzione internazionale preposta alla ricerca di soluzioni negoziali. Sono le armi a fare la politica, e non la politica a prevedere anche, e in casi eccezionali l’uso delle armi.
L’eclissi della parola pace si è rapidamente allargata, a macchia d’olio, anche nel regolare i rapporti tra le persone. Già il nostro linguaggio è bellico, fatto di insulti, urla, minacce. La scuola è come se avesse rinunciato a questo aspetto della formazione, e deve misurarsi con alunni pronti a tutto, nel nome della violenza, e genitori che picchiano gli insegnanti che hanno osato mettere un cattivo voto al “bravo figliolo”. Film, videogiochi, serie TV, talk show, spesso glorificano la reazione violenta come rapida e efficace, mentre il dialogo è percepito come debole o inefficace: il confine tra la vittima e il carnefice, che dovrebbe essere netto e visibile, diventa offuscato e labile. I social rappresentano l’universo dove la violenza fermenta e si espande.
La violenza bellica, che esclude qualsiasi approccio pacifico se non quello di una resa senza condizioni, come quella privata, che parte da un insulto e poi tracima in un orrendo quanto lucido omicidio, è fatta su misura per uomini e donne innamorati del loro ego narcisista, incapaci di qualsiasi dialogo che non degeneri nell’insulto, refrattari ogni forma di dubbio, tanto per avere certezze basta fare una domanda all’intelligenza artificiale.
In alcuni sondaggi condotti negli Stati Uniti circa 1 persona su 5 crede che la violenza sia indispensabile a risolvere le profonde divisioni politiche nel paese, mentre un terzo dei giovani americani tra i 18 e i 29 anni considerano la democrazia un limite, ormai superato,con il quale è impossibile affrontare i problemi , e preferiscono in modo deciso i metodi violenti e bellicosi dei regimi autocratici. Tra le tante indagini, in Italia, che confermano la torsione culturale a favore dell’uso della forza nel regolare non solo i rapporti tra le nazioni, ma anche quelli tra le persone, è particolarmente significativo un recente sondaggio dell’Istat, circoscritto alla fasce giovanili (quelle sulle quali dobbiamo scommettere per il nostro futuro…) e alla violenza tra gli individui. Circa 11,1 % dei ragazzi e delle ragazze (14‑19 anni) considera accettabile che “in una relazione di coppia possa capitare uno schiaffo ogni tanto” e il 7,3 % pensa che sia giusto schiaffeggiare la fidanzata che ha osato flirtare con un’altra persona, mentre il 36 % dei giovani considera accettabile, sempre o in certe circostanze, che un ragazzo eserciti un controllo abituale (cellulare, social) sulla propria partner. Il volto tecnologico della violenza che ha cancellato le parole pace e pacifica convivenza.
In queste condizioni, restituire almeno dignità alla parola pace non è facile. L’unica strada percorribile, guidati dalla bussola dell’ottimismo della volontà, è quella che parte proprio dal linguaggio, da dove la parola è stata esclusa, scritto e parlato. Nelle scuole, a proposito di Educazione civica, bisognerebbe, già dagli anni delle elementari, riproporre il valore e il significato di un termine ormai eclissato, raccontandone la forza sia nella sfera privata sia nel perimetro della vita pubblica. E spiegando bene che la pace, come la libertà e la giustizia, sono conquiste, che una volta arrivate, non è detto che durino in eterno, ma hanno bisogno sempre di conferme. Che dipendono da noi.
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