Pesca? No, ecoturismo | Non Sprecare
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Pesca? No, ecoturismo

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Non tutto è perduto. In questi giorni in cui vedremo rifiuti galleggiare, indossando maschera e boccaglio scopriremo che tra gli scogli, dove da bambini vedevamo mille pesciolini, ci sono rocce spoglie, pensiamo che basta impegnarsi e anche l’ambiente marino più devastato può rifiorire.

È successo nella Baja California, la penisola della costa occidentale del Nord America divisa tra Messico e Stati Uniti, dove a 12 anni dalla creazione del Parco Nazionale Cabo Pulmo i ricercatori hanno accertato una straordinaria varietà di specie marine, con una crescita della popolazione totale di pesci del 460 per cento rispetto al 1999.

La storia di Cabo Pulmo è esemplare di due aspetti indispensabili al successo ambientale di un parco nazionale: l’istituzione di tutele rigide e la collaborazione delle comunità locali. I dati sulla storia del parco, raccolti dall’Istituto oceanografico Scripps dell’università di San Diego e pubblicati sulla rivista della Public Library of Science, promettono infatti di diventare una pietra miliare per dimostrare che è possibile recuperare anche le zone più degradate dal punto di vista ambientale.

Basta pensare che a metà degli anni Novanta, quando furono avviate le procedure per la creazione del parco, furono gli esperti a mettere in dubbio

che ne valesse la pena. "Di fronte alla scarsità di fauna e ai livelli di inquinamento – racconta Exequiel Ezcurra,  direttore dell’Istituto per Messico e Stati Uniti dell’università della California, coautore della ricerca – ero scettico che avremmo avuto dei risultati, ma andammo avanti soltanto perché le comunità della zona chiedevano a gran voce di istituire il parco. Nel vedere oggi gli stessi posti che visitai allora non credo ai miei occhi, il cambiamento è sorprendente ed è tutto merito della determinazione della gente che vive sulle coste, che ha deciso di farsi carico della salute del posto in cui vive e di prendere in mano il suo futuro".

La riserva di Cabo Pulmo è molto vasta, 71 chilometri quadrati, e senza la collaborazione di chi vive nella zona non ne sarebbe stata possibile una sorveglianza efficace. Alla creazione della parco fu deciso infatti di istituire il divieto assoluto di pesca, una misura chiesta, appunto, dalle stesse comunità che si erano rese conto che ormai nel loro mare non c’era più vita. "Nel 1999 c’erano soltanto piccoli pesci di media taglia – dice Ezcurra – ma adesso è pieno di specie diverse, compresi i grandi predatori e la barriera corallina è rinata". Secondo i ricercatori, la zona, considerata tra le più danneggiate, è ritornata a livelli simili alle aree in cui non c’è mai stata attività umana.

Tra i motivi degli ottimi risultati, la protezione delle zone in cui si riproducono i grandi predatori. È questo un aspetto importante, che sottolinea una volta di più l’importanza della salvaguardia di tutte le specie animali per mantenere l’equilibrio. I ricercatori californiani ritengono infatti che la ricomparsa degli squali nella zona è il fattore determinante per la rinascita di tutte le specie sulla scogliera, sia animali che vegetali. Ma niente sarebbe accaduto se ex pescatori, istruttori sub, e la comunità intera non avessero creduto che avrebbero potuto guadagnare dal parco quanto e più che dalla pesca. Tra i risultati dello studio c’è infatti anche la prova che il livello generale di benessere della zona è aumentato e che i benefici economici derivati dall’ecoturismo sono maggiori e più stabili dello sfruttamento intensivo per la pesca.

"Purtroppo nel mondo sono pochissimi i legislatori e i politici consapevoli che in soli dieci anni di tutela si possono ottenere risultati tanto straordinari – ha concluso Ezcurra – e meno ancora sono consapevoli che questi risultati si traducono in benessere economico per le comunità". Ma sono le comunità a dover influenzare i legislatori, proprio come hanno fatto quelle di Cabo Pulmo.