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Passaggi in macchina, un gesto di libertà. E le quattro chiacchere con lo sconosciuto fanno bene

Autostop: uno stile desueto. Eppure attualissimo per sconfiggere solitudine, narcisismo, indifferenza. Per aiutarci a scoprire che cosa passa nella testa degli altri. E per regalarci benessere, come spiega una ricerca

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PERCHÉ FARE AUTOSTOP

Quando capita, faccio l’autostop. Mi piazzo a un incrocio, dopo una breve passeggiata, allungo il pollice e spero che un’anima buona si fermi. Qualche volta, a Roma, la città dove vivo, mi capita perfino di essere raccattato da un amico. Allora la domanda diventa rituale: «Ma come ti viene di fare l’autostop?». Non ho tempo per le spiegazioni, ma non voglio sembrare un fuori di testa, e così me la cavo con una risposta asettica: «Mi piace provarci…».

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PASSAGGI IN MACCHINA

In realtà l’autostop, gesto desueto e ormai classificato come irrazionale, nell’era delle app e della mobilità frenetica, io lo considero una piccola-grande (ri)conquista di libertà. Sì, sentirsi libero di essere aiutato da uno sconosciuto, oppure di captare qualcosa, un frammento di conversazione e di ascolto. E ancora, più banalmente: la libertà di arrivare in un luogo senza l’ansia di fare presto, di trovare un parcheggio o un taxi, di infilarsi nella riffa dei servizi di sharing. Di aspettare un mezzo pubblico che in quella zona e a quell’ora è di fatto introvabile.

VANTAGGI AUTOSTOP

Mentre leggo i risultati di una ricerca di Nicholas Epley e Juliana Schroder, dell’università di Berkeley, finalmente trovo un conforto alla mia piccola follia fuori dal tempo, old style, e dai tradizionali stili di vita. Questi due scienziati, infatti, hanno dimostrato che parlare con gli sconosciuti, gente che poi non incontreremo più nella vita, in un treno, in un autobus, o magari durante un passaggio in autostop, semplicemente migliora la nostra felicità individuale. Come sapete, considero la felicità una parola troppo grande da pronunciare, meglio limitarsi a immaginarla e sognarla, però dopo lo studio dei due scienziati americani, mi sento ancora più convinto che l’autostop ci possa regalare un soffio di benessere. Un modo per stare meglio con gli altri e prima ancora con noi stessi.

Quelle quattro chiacchiere scambiate con uno sconosciuto, infatti, proprio durante un breve percorso in auto, insieme, altro non sono che una pennellata di colla per provare a rimettere insieme i cocci della nostra solitudine quotidiana. La solitudine dell’avere sempre fretta, di un correre senza neanche chiedersi un secondo verso dove e per quale motivo, di accumulare, in modo compulsivo, ansie da prestazioni, da impegni, e scadenze da rispettare. La solitudine solipsistica di una vita sul web, dunque virtuale, e di relazioni che sfumano, o restano intrappolate, nella magica e ahimè preziosissima palude della Rete.

VALORE DELLA CONVERSAZIONE

D’altra parte chiunque di noi è consapevole di quanto abbiamo bisogno, come l’ossigeno, di relazioni. Anche brevi, in quanto la profondità in questo caso non è data sempre e comunque dal tempo. E abbiamo bisogno di incontrare altri, anche solo per mettere le orecchie a terra, cercando di selezionare qualcosa che non sia il rumore nel frastuono della vita quotidiana. Altri che, inconsapevolmente, ci prendono per mano e ci portano almeno a qualche centimetro di distanza dal nostro ombelico, dove quasi sempre il nostro narcisismo punta gli occhi.

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Volete un esempio a proposito dell’autostop e di questo strano piacere che mi concedo? A me serve anche per capire dove vivo, dove mi trovo; per dare uno sguardo curioso alla mia comunità. Perfino facendo una statistica. A Roma, per esempio, la capitale dell’indifferenza, è raro, rarissimo, che qualcuno si fermi e mi carichi a bordo. Tutti sfrecciano, bussano, incapsulati in qualche cuffietta per parlare con lo smartphone. Eppure, non sono vestito proprio come uno straccione, non ho le sembianze, almeno credo, di uno stupratore. A Napoli, come in Veneto, gli automobilisti sono più generosi. Per non parlare della Sicilia, ma anche nella Sardegna dei legami forti con il territorio, il mio autostop produce risultati migliori. Un ultimo dettaglio: è più facile essere raccattati in strada nei piccoli centri, nei borghi, dove guarda caso la dimensione della vita di comunità non si è ancora spenta nel buio delle relazioni umani virtuali, o dell’indifferenza.

Se vi ho convinto, siate generosi se vi capita di incrociare un marziano che chiede un passaggio in auto, e provateci anche voi a farlo. Poi fatemi sapere. Con un chiosa in forma di avvertenza: non esagerate nel dialogo con gli sconosciuti. Potreste annoiare e infastidire. Anche le parole non vanno sprecate, ma possono tornare ad avere peso e senso grazie all’autostop e all’insolito dialogo con uno sconosciuto.

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