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Il tempo sprecato dai ragazzi con i videogiochi che danno dipendenza

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I videogiochi fin dalla loro prima diffusione nelle famiglie hanno portato preoccupazioni. Dei genitori e delle relative associazioni, e degli studiosi. Che ne hanno analizzato gli effetti e le possibili conseguenze. Con toni spesso catastrofistici e, a volte, invece positivi. Uno studio reso pubblico oggi dell’Universita’ statale dell’Iowa (Isu) e dell’Istituto Nazionale per i Media e la Famiglia (da qui potete scaricare il pdf in inglese) indica come alcuni videogiocatori mostrino i sintomi della dipendenza da gioco. Sintomi verosimilmente piu’ legati al cosiddetto gioco d’azzardo, ma che in questo caso verrebbero invece osservati nei normali giocatori da salotto (o cameretta).

Circa un giocatore di videogame su dieci, dunque, mostrerebbe segni di dipendenza, che potrebbero avere effetti negativi su famiglia, amici e studio. I ricercatori, che hanno preso in esame 1.178 bambini e adolescenti americani tra gli otto e i 18 anni, hanno scoperto che alcuni di questi mostrano almeno sei degli undici sintomi della dipendenza da gioco. Dunque, per esempio, mentire alla famiglia e agli amici sul tempo dedicato al gioco, usare il gioco stesso per fuggire dai propri problemi e quindi diventare irritabili quando si smette di giocare. Alcuni ancora non fanno i compiti per stare davanti ai videogame, abbassando il proprio rendimento scolastico.

Secondo lo studio che sara’ pubblicato su Psychological Science, questo tipo di giocatori – i “dipendenti” – usano i videogame 24 ore alla settimana, il doppio rispetto ai giocatori “normali”, e alcuni arrivano anche a rubare per finanziare la loro dipendenza. Un successo, secondo gli studiosi, perche’ la comunita’ medica tuttora non riconosce la dipendenza da videogame e con questi dati in molti dovranno ricredersi. “Mentre i videogame possono essere divertenti, per alcuni ragazzi sono un problema. Continuo a sentire famiglie preoccupate per le abitudini di gioco dei figli. E’ necessario non solo identificare il problema, ma anche trovare un modo per aiutare le famiglie a evitarlo e ad affrontarlo”, ha detto il dottor David Walsh, presidente dell’Istituto Nazionale per i Media e la Famiglia.