Malati di web | Non sprecare
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Dipendenza tecnologica, le famiglie rovinate. In una, nessuno esce di casa per due anni. L’altra viaggia in treno, e tutti, per ore, restano incollati al web (foto)

In Puglia: padre, madre e due figli piccoli si ammalano gravemente per troppo uso di protesi elettroniche. Sull’Alta velocità Milano-Roma, per tre ore filate, genitori e figlio non muovono gli occhi dagli schermi. Di uno smartphone o di un pc. Sicuri che non possiamo fare nulla per fermare questa follia?

MALATI DI WEB

La notizia arriva dall’Ansa, dunque non è una fake news, e lo scoop lo ha fatto un giornale, La Gazzetta del Mezzogiorno, diretto da un professionista molto serio e capace, Giuseppe Di Tomaso. In Puglia, dunque non stiamo parlato del deserto di Atacama, una famiglia del Salento non esce di casa per due anni e mezzo. Tutti soffocati dalla dipendenza fisica e psicologica del web. Tutti a smanettare dalla mattina alla sera, fino a crollare. Tutti malati. E tutti con il rischio, non proprio astratto, di sprecare la propria vita. Il padre e la madre sono due quarantenni, i figli sono un ragazzino di 15 anni e una bambina di 9 anni. Il disastro individuale e collettivo si è scoperto grazie agli insegnanti della scuola frequentata da questa bambina, diventata intanto anoressica.

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SCHIAVI DELLA TECNOLOGIA

Dalla Puglia alla Lombardia, dal Salento a Milano. Stesso film, anche se con un copione diverso, e questa volta visto e vissuto in presa diretta. È venerdì pomeriggio, il treno dell’Alta velocità Milano-Napoli parte in perfetto orario con il suo pieno di viaggiatori da fine settimana lavorativa e di qualche vacanziero da weekend di piacere. Siedo al mio posto, in seconda classe, e sono circondato, da una famiglia di smanettoni. Tre in tutto, padre, madre e figlio adolescente. Gente sana, a guardarla, non maleducati o svitati: ma tutti rovinati dalla stessa dipendenza cronica da smartphone e protesi elettroniche varie. Lui, poverino, ha il pc aperto sul tavolino del treno e durante tutto il viaggio fino a Roma, tre ore secche, continua a lavorare. Parla con i clienti, propone prodotti e prezzi, controlla il listino sullo schermo. Due volte mi guarda con un certo rammarico, quasi a volersi scusare: deve alzare la voce al telefonino con l’interlocutore che chiede uno sconto troppo alto, e io sono proprio lì, di fronte a lui, con le sembianze di un uomo giurassico, a leggere in silenzio un libro e la mia mazzetta di (pochi) giornali.

Quanto a lei, una donna quarantenne, è incollata allo smartphone, come se fosse il suo regno da matriarcato contemporaneo. Scorre foto su Instagram, come se stesse sfogliando le immagini di una collezione di gioielli rari, e ogni tanto prova a distrarre il marito, che invece si occupa di compravendite e non di ostentazione sul web, suggerendogli di distrarsi e guardare anche lui qualche immagine che scambia con la sua attivissima comunità sui social. Anche lei, con la sua protesi e come il marito, passa buona parte del viaggio incollata a uno schermo luminoso. Per il resto, cerca di scambiare due parole e qualche rimprovero con il figlio adolescente. E qui la faccenda si complica, e non poco.

Il ragazzino non ne vuole sapere né di mangiare, né di parlare, né di sfogliare qualche libro di fumetti. Pensa solo e sempre, tre ore di fila, a spassarsela (ma è proprio così?) con i suoi videogames. Allontana l’occhio dallo schermo del tablet, solo per qualche secondo e per azzannare un pezzo di panino, il resto lo lascia. Siamo a una decina di minuti dalla stazione di Roma, dove loro ed io scendiamo, e la madre del ragazzino prova a distrarlo: «Dai, adesso spegni che siamo arrivati…». E lui, parecchio aggressivo: «Uffa, che vuoi? Mi sto divertendo, e non ho altro da fare… Poi siamo in vacanza…». Desumo così che la simpatica famigliola sta andando a Roma per un fine settimana, magari per fare visita a qualche parente, spero non per andare in una sala giochi con il Bingo e con le infernali macchinette dei videogames.

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SCHIAVI DI INTERNET

Sommate i due racconti, il primo ripreso da un giornale, il secondo vissuto in prima persona, poi incrociateli con i dati, spaventosi, sulla reale dipendenza tecnologica di tanti adolescenti, e sui danni che arrivano, per il corpo e per il cervello delle persone, e avete scoperto in pochi secondi come si possono buttare all’aria, per non dire in un altro luogo, la salute, il piacere di stare insieme (in questo caso con gli affetti più cari, quelli familiari), l’umore e la serenità.

SCHIAVI DEL WEB

Non voglio neanche per un secondo addentrami nel tunnel di un dilemma abbastanza ovvio e banale, ovvero se questa febbre tecnologica è una curabile patologia della modernità oppure è un male assoluto e irreversibile, e devo dirvi che non me ne frega nulla, altro dilemma da salotto, se questa iperdipendenza da protesi elettroniche sia il frutto avvelenato e collaterale di una rivoluzione tecnologica, in pieno svolgimento, o di una rivoluzione mentale, nei nostri cervelli, già avvenuta. Di fronte a quanto vi ho raccontato, mi interessano poco, quasi zero, queste discussioni così auliche. E mi resta addosso, con un senso di angoscia, una sola domanda: «Siamo davvero sicuri che non ci sia nulla da fare per arginare, nel nostro interesse, questa follia?». Laddove arginare significa sempre la stessa cosa per noi di Non sprecare: godere di tutti i vantaggi della tecnologia, senza esserne sopraffatti. Senza ammalarsi. E portare addosso, per sempre, i segni della malattia.   

ECCO QUALCHE INTERESSANTE ALTERNATIVA PER EVITARE LA DIPENDENZA TECNOLOGICA:

 

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