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Rabbia, un’emozione che serve per cambiare le cose. Ma va fermata prima che diventi distruttiva

Tutti viviamo abitati dalla rabbia, personale e collettiva. Tutti abbiamo spesso buone ragioni per esprimerla. Ma per capire se e quando è davvero utile, e non si riduce a un grande spreco, c’è un metodo. Raccontato in un libro

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COME GESTIRE LA RABBIA

La rabbia è utile? O è destinata a ridursi a uno spreco, di tempo, di energie e perfino di sentimenti e di salute? Domande che non possiamo dare per scontate, nel momento in cui viviamo tutti, ma proprio tutti, abitati dalla rabbia. Personale e collettiva.

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Lascio agli strizzacervelli il compito di capire per quali motivi siamo diventati più arrabbiati: mi limito a prenderne atto. E vi invito a fare un piccolo esercizio di vita quotidiana, sforzandovi di mettere in fila alcune reazioni con le quali sbattiamo il muso, a un semaforo, in un autobus, quando siamo in un bar affollato e rumoroso. Ascoltiamo spesso, e qualche volta incassiamo, reazioni rabbiose, appunto. Spesso faticose, inutilmente faticose, e capaci di peggiorare l’umore della nostra giornata.

COME CONTROLLARE LA RABBIA

Eppure, confesso, non me la sento di dire che la rabbia sia inutile. Nei rapporti personali, per esempio, anche quando ti sforzi per ammorbidire gli spigoli di un’amicizia, di un amore, di una lunga convivenza il cui fascino è stato eroso dalle abitudini, in questi rapporti personali ci può essere un momento nel quale bisogna reagire con rabbia. Dire un no secco e definitivo, anche se sofferto. Ribellarsi a ciò che sentiamo come prevaricazione, e farlo con rabbia, cioè con un sentimento che nella sua potenzialità distruttiva ci regala comunque un’energia. Non facciamo gli ipocriti con noi stessi: un amico che ci tradisce e ci ferisce, date tutte le attenuanti del caso, merita un gesto di rabbia. Forte e chiaro. E un gesto rabbioso può esserlo anche quello di cancellarlo dalla nostra rubrica, senza neanche dirglielo.

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Stesso discorso per la rabbia collettiva. Quando l’ingiustizia diventa insopportabile, quando senti che le cose non vanno, quando l’indignazione non riesce più a contenere il tuo stato d’animo, allora la reazione rabbiosa è comprensibile e motivata. Senza approfondire questo sentimento collettivo, per esempio, che mescola disagio per l’onda lunga della Grande Crisi e rigetto per la pochezza (anche umana) dell’attuale ceto politico, non si potrebbero capire fenomeni come il voto per la Brexit, l’elezione di Trump, alcuni risultati elettorali in Italia. La rabbia pubblica conta, e si sente. Poi esiste anche una politica della rabbia e per la rabbia, che qualcuno, strumentalmente, tenta anche di manovrare.

GESTIRE LA RABBIA REPRESSA

Ma se la rabbia, individuale e collettiva, personale e pubblica, è motivata, quando allora diventa spreco puro e va comunque fermata? Ho trovato una risposta a questa domanda, che cerco di fare spesso anche a me stesso, in un libro, segnalato da una bravissima giornalista, Simonetta Fiori, e scritto da Martha Nussbaum (Rabbia e perdono, edizioni Il Mulino), forse la più autorevole osservatrice al mondo delle emozioni degli uomini e delle donne.

Anche la Nussbaum, pur affermando l’inutilità della rabbia, ne riconosce la potenziale e positiva funzione, ricordando che «può scuotere le persone dall’inerzia verso le cose sbagliate». E poi, a proposito del limite da non superare, ci offre la definizione della «rabbia di transizione», ovvero la capacità di denunciare un’ingiustizia, ribellarsi, ma guardando al futuro, e non puntando tutto sull’ira della rivalsa. Provo a tradurre il concetto. Ti arrabbi con tuo marito con argomenti fondati? Puoi farlo, ma se non vuoi ridurre questo sentimento alla sua forza distruttiva, ti devi fermare un attino prima della rabbia che si traduce in un regolamento dei conti. E magari provi a chiudere lo scontro nel giorno stesso in cui è esploso, pensando a come migliorare, e non a come liquidare, il tuo rapporto di coppia. Stessa cosa, a proposito dell’efficacissima «rabbia di transizione» interpretata, e qui cito la Nussbaum, da personaggi del calibro di Gandhi, Mandela, Martin Luther King. Uomini che hanno pagato, anche con la vita, la loro ribellione allo status quo, ma uomini che hanno cambiato il corso della Storia, guardando sempre avanti e mai solo indietro. Con la giusta e controllata dose di rabbia.

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