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Bistecca, la seconda vita “Chi mangia carne non rovina l’ambiente”

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Mangiare carne non è peccato. Ecologicamente, s´intende. I vegetariani hanno le loro buone ragioni nel sostenere che l´uomo non ha il diritto di uccidere e macellare altri esseri viventi e, più modestamente, che una dieta iperproteica fa male. Ma la tesi che la rincorsa alla bistecca metta in pericolo l´equilibrio climatico, contribuendo all´effetto serra in misura anche più massiccia della passione per le automobili non regge alla prova dei numeri.

E non è neanche vero che puntare sull´allevamento di vitelli sottragga risorse naturali, a cominciare dalla terra arabile, alla produzione di cereali che potrebbero nutrire il miliardo di affamati del pianeta. Da questo punto di vista, fanno peggio i biocombustibili, sequestrando, per farne benzina, milioni di tonnellate di granturco. E, in ogni caso, se un colpevole c´è, non è l´allevamento in genere, ma sono i metodi industriali e intensivi adottati, per produrre carne e latte, da molti paesi ricchi dell´Occidente: più che con la bistecca, bisogna prendersela con gli hamburger. Sono le conclusioni cui arriva Simon Fairlie, che potremmo definire più un attivista rurale che un ecologista, in un libro, "Meat. A Benign Extravagance", appena uscito in Inghilterra, che ha, di passaggio, il merito di insegnare a prendere con cautela tabelle e statistiche, anche quando vengono da grandi organizzazioni internazionali.

Cominciamo dal metano. È uno dei più potenti gas serra. Il suo ciclo è assai più breve dell´anidride carbonica. In 12 anni si disperde, mentre la CO2 continua ad agire per un paio di secoli. Ma, finché c´è, influisce sul clima, riscaldando il pianeta, fino a 25 volte di più dell´anidride carbonica. Una buona quota del metano che, ogni giorno, si libera nell´atmosfera proviene dagli allevamenti animali. Secondo uno studio, ormai famoso, della Fao, l´organismo Onu che si occupa di agricoltura, ben il 18 per cento dell´effetto serra è determinato dal metano legato agli allevamenti. Più del 14 per cento che proviene dal trasporto.

Peggio, dunque, la bistecca della macchina? In realtà, non è così. Quel 14 per cento delle auto considera solo le emissioni di gas serra dovute al consumo diretto di combustibili fossili, come gasolio e benzina. Se aggiungete le emissioni dovute all´estrazione del petrolio, la fabbricazione di automobili, la costruzione di strade ed aeroporti la quota, probabilmente, raddoppia. Ma quel 18 per cento?

La Fao, spiega Fairlie, somma tre componenti diverse, più o meno dello stesso valore. Solo il 6 per cento è dovuto al metano emesso dai sistemi digestivi, soprattutto dei ruminanti, come i bovini. Un altro 6 per cento è il risultato della fermentazione e del trattamento del letame. Ma, se non si usasse il letame come concime, osserva Fairlie, useremmo fertilizzanti chimici, che emettono ossido d´azoto esattamente come il letame. Infine, l´ultimo 6 per cento, effetto della distruzione delle foreste, per far posto ai pascoli. È un problema soprattutto brasiliano, circoscritto all´Amazzonia. Ma il bestiame dell´Amazzonia rappresenta solo il 5 per cento degli allevamenti mondiali. Per arrivare a quel 6 per cento, sottolinea Fairlie, la Fao moltiplica a livello mondiale gli effetti della deforestazione in Brasile che sono, peraltro, dovuti spesso, più che all´allevamento, all´espansione delle coltivazioni di soia, che poi finisce nei mangimi degli allevamenti occidentali. Tutto sommato, considerando che il metano da digestione è ineliminabile, Fairlie calcola che gli allevamenti contribuiscano all´effetto serra per la metà di quanto dichiarato dalla Fao: poco più del 9 per cento, ben lontano dall´impatto delle automobili.

Tuttavia, anche se inquina meno del previsto, la crescente passione mondiale per braciole, bistecche e quarti di pollo non sottrae cibo ai poveri? Secondo il calcolo tradizionale, un ettaro destinato ad allevare vacche produce un decimo delle proteine che lo stesso ettaro fornirebbe, se coltivato a cereali. Ma è un calcolo astratto. Se consideriamo le perdite, che si determinano nella coltivazione e preparazione dei cereali, il rapporto scende, secondo Fairlie, a 3 a 1. Inoltre, almeno metà delle vacche e dei vitelli del mondo si nutre dell´erba di terreni non adatti alla coltivazione. Sono, per così dire, proteine in più che, altrimenti, non ci sarebbero. Il problema sono, invece, gli allevamenti intensivi in cui, agli animali, vengono forniti direttamente cereali adatti al consumo umano. Sono 600 milioni di tonnellate di cereali l´anno, da cui, nell´ipotesi di Fairlie, si ricavano 200 milioni di tonnellate di cibo, sotto forma di bistecche e polpette. Quei 400 milioni di tonnellate di cibo, che spariscono negli stomaci degli animali, sarebbero sufficienti a sfamare 1,3 miliardi di persone, 300 milioni in più della stima ufficiale delle persone denutrite.

Non è un caso di coscienza universale. Due terzi di quei 600 milioni di tonnellate di cereali vengono utilizzati negli allevamenti dei paesi industrializzati, a beneficio delle tavole del 20 per cento della popolazione mondiale. I più ingordi, in materia, sono gli americani: un quarto di quei 600 milioni di tonnellate serve a fornire bistecche al 5 per cento della popolazione del globo. È inevitabile? Gli esperti sostengono che, senza gli allevamenti intensivi, non ci sarebbe abbastanza carne per soddisfare la domanda. Se chiudessimo di colpo quegli allevamenti, avremmo metà della carne di oggi. Forse, non è esattamente la fine del mondo. Al contrario di quanto pensano molti vegetariani integralisti, mangiare carne non è (ecologicamente) peccato. Mangiarne tanta, sì.