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Allarme smog, in Europa muoiono quasi mezzo milione di persone l’anno

Qualcuno ha ancora voglia di negare la fondatezza di questi ultimi dati? Arrivano dall’Agenzia europea per l’Ambiente. Intanto bisogna fare i conti con Trump: ma sarà un presidente ben diverso da quello visto in campagna elettorale. Per interessi precisi…

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TRUMP CAMBIAMENTI CLIMATICI –

Mettiamola così: possiamo anche pensare, in termini consolatori, che si tratta di una “bufala”, visto che vanno tanto di moda. Ma se abbiamo un minimo di sale nella zucca e di onestà intellettuale, se non vogliamo chiudere gli occhi e metterci i paraorecchie, allora un solo numero ci dovrebbe allarmare e metterci tutti in riga: 467mila morti l’anno in Europa per inquinamento. Quasi mezzo milione di persone, uomini, donne e bambini. Una città, più che un piccolo nucleo di vittime. E la fonte di queste statistiche è la massima autorità indipendente, con un rigore scientifico a prova di contestazione, che esiste nell’Unione, ovvero l’Agenzia europea per l’Ambiente (Eea).

Intanto su questi temi aleggia un fantasma chiamato Donald. Era inevitabile che dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca l’intero dossier internazionale su Ambiente e global warming entrasse in una fase di nuove incertezze legate alle posizioni, non certo green, del nuovo presidente degli Stati Uniti. Trump, ricordiamolo, in campagna elettorale aveva definito il surriscaldamento del Pianeta una «bufala inventata dai cinesi» per danneggiare l’economia americana.

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TRUMP SULL’AMBIENTE  –

In realtà, la paura di Trump come Nemico Assoluto dell’ambientalismo mondiale è una pura caricatura, che non tiene conto della realtà e del pragmatismo con il quale gli americani sono abituati ad affrontare questi temi. La campagna elettorale si è chiusa, le frasi dette durante la corsa alla Casa Bianca lasciano il tempo che trovano, e ora contano i fatti. Alcuni fanno ben sperare, altri meno, ma in ogni caso non c’è dubbio che le misure per contenere il global warming e la riconversione energetica globale resteranno al centro dell’agenda dei governi in tutto il mondo.

Partiamo dai segnali positivi. La Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite si è appena conclusa a Marrakech, con la solita bulimia di partecipazioni (20mila persone) e con un comunicato, condiviso da 196 paesi, che tra tante parole inutili considera «irreversibile» l’accordo di Parigi sottoscritto ormai quasi un anno fa. Un’intesa in base alla quale la temperatura globale sulle terre emerse e degli oceani potrà aumentare fino a un massimo di 2 gradi (meglio se 1,5 gradi) entro la fine del secolo, rispetto ai livelli preindustriali. Un’intesa poi benedetta da Barack Obama e dal presidente cinese Xi Jinping, nel settembre scorso, con l’enfasi dei momenti storici: «Abbiamo deciso di salvare il Pianeta». Dunque, tornando al segnale positivo, l’arrivo di Trump non rimette in discussione, almeno al momento, l’accordo di Parigi, l’unica cosa concreta che Obama è riuscito a portare a casa sull’Ambiente dopo due mandati e tante promesse finite nel nulla, e tutto lascia pensare che si vada avanti. Con una tabella di marcia che prevede la messa a punto di un Regolamento attuativo dell’accordo di Parigi entro il 2018, e la creazione di un Green Climate Fund, dotato di uno stanziamento di 100 miliardi di dollari l’anno, per sostenere i paesi in via di sviluppo nella lotta contro il surriscaldamento globale.

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Il secondo segnale positivo è che le grandi compagnie energetiche americane, a partire dai petrolieri, sostenitori di Trump, non hanno alcun interesse a scatenare una nuova guerra ideologica sul cambiamento climatico. E il loro attuale modello di business è molto distante dal vecchio schema dei petrolieri inquinatori, ma più vicino all’universo delle nuove fonti energetiche che per l’America si sommano al petrolio convenzionale, allo shale oil e allo shale gas , e portano a una larga autosufficienza nel campo degli approvvigionamenti. Sono sempre loro, le stesse lobby, che hanno puntato gli occhi e le mani sulla torta dei contributi federali decisi da Obama (3,6 miliardi di dollari l’anno) per incentivare la ricerca e lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Perché Trump dovrebbe smontare un castello tanto gradito ai suoi principali alleati nella conquista della Casa Bianca? Terzo e ultimo segnale positivo: il dibattito sui presunti eccessi degli allarmi sul global warming e sugli interrogativi della reale incidenza dell’uomo su questo fenomeno, è ormai relegato a qualche minoranza di appassionati, nei mass media come nelle accademie universitarie, alle infinite discussioni autoreferenziali. Nella realtà, fermi restando diversi punti di vista e punti di domanda ancora da esplorare, la comunità scientifica internazionale ormai conviene sulla fotografia di un Pianeta che deve fare i conti, ora e subito, con un clima impazzito. Talmente impazzito che, sempre a Marrakech, l’Organizzazione metereologica mondiale ha presentato la sintesi di ben 79 studi sull’aumento innaturale di eventi estremi (dalle ondate di calore alle inondazioni, passando per cicloni e tifoni): se ne sono contati 11mila dal 1996 ed, a fronte di 530mila vittime, perfino l’Italia si presenta al 19esimo posto della classifica mondiale che somma morti e danni economici. Qualcuno ha ancora voglia di dire che in realtà con il clima non sta accadendo nulla? Oppure che gli allarmi sono esagerati ed è inutile mettere in campo misure di prevenzione a livello internazionale?

TRUMP E L’ACCORDO DI PARIGI –

E veniamo ai segnali negativi. La Conferenza di Marrakech poteva finire peggio, ma certo è solo una breve tappa intermedia in un percorso ancora imbottito di incognite. Non c’è un barlume di chiarezza, per esempio, su chi eserciterà i controlli sulle azioni di reale contrasto al surriscaldamento e per la diminuzione delle emissioni. La Cina appena sente solo parlare di “Autorità esterna” per i controlli alza il muro di un No secco, senza negoziati, e non ha alcuna intenzione che qualcuno ficchi il naso nella sua politica energetica. Risultato: in Cina ,dove muoiono 4mila persone al giorno per l’inquinamento, il governo ha appena deciso di alzare la produzione di carbone. Interesse nazionale, per un potenza industriale che, a differenza dell’America, il petrolio non lo produce. E pazienza se le scuole spesso chiudono per lo smog, come avviene anche in India (una nazione totalmente dipendente dal carbone), e se agli anziani viene proibito di uscire di casa per non respirare veleni. Un altro buco nero dell’accordo di Parigi, rilanciato a Marrakech come «irreversibile», riguarda il pagamento del conto. Chi tirerà fuori i 100 miliardi di dollari l’anno per finanziare il Green Climate Fund? Dovrebbero essere i paesi più ricchi e più inquinatori, a partire proprio dall’America, ma sono tutti alle prese con problemi di finanza pubblica, con un rinserramento delle fila in termini protezionistici. E qui potrebbe arrivare il veto di Trump, che promette un’America più disimpegnata, come tra l’altro già sta avvenendo, dai problemi del Pianeta e più concentrata sui suoi esclusivi interessi che non prevedono più il ruolo di «gendarme del mondo».

Sommando i pro e i contro dello stato dell’arte del dossier global warming , Ambiente e politiche energetiche, e consolandoci con il fatto che la nostra Italietta ha un tondo 17 per cento di energie prodotte da rinnovabili (un traguardo che abbiamo pagato a caro prezzo con le bollette e continueremo a pagare a lungo), la conclusione è di lasciarsi guidare dall’ottimismo della volontà. Sapendo, però, che surriscaldamento del Pianeta e nuove diseguaglianze sociali, sono due lati di una stessa medaglia: la globalizzazione di un capitalismo che ha sconfitto tutti i suoi avversari, ma non ha ancora trovato le giuste contromisure rispetto alla sua, possibile e non fantascientifica, autodistruzione.

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