Il format di Too good to go, l’azienda diventata famosa in tutto il mondo per il recupero e la vendita a prezzi ribassati delle eccedenze alimentari, funziona bene, in alcuni casi, anche per il settore dell’abbigliamento, responsabile della inquinante valanga quotidiana di rifiuti tessili.
Il modello Too Good To Go abbigliamento nasce proprio da questa logica: recuperare capi invenduti, resi, stock e scarti tessili e rimetterli in circolo, trasformando ciò che rischia di diventare un rifiuto in una nuova risorsa.
Il principio è quello che ha reso famosa Too Good To Go: evitare che qualcosa di ancora utilizzabile diventi prematuramente un rifiuto. Nel settore della moda questo modello assume forme diverse: capi invenduti recuperati e rimessi sul mercato, stock e deadstock rivenduti, vecchi vestiti trasformati, tessuti riciclati e resi ricondizionati. Tutte attività tipiche dell’economia circolare, che cercano di ridurre la montagna di rifiuti prodotta dall’industria dell’abbigliamento.
Indice degli argomenti
Piemonte

Atelier Riforma – Re4Circular
La startup torinese Atelier Riforma ha sviluppato Re4Circular, una tecnologia che cataloga e digitalizza tessili pre e post-consumo e li trasforma in risorse per altre imprese. Il marketplace B2B collega chi possiede abiti usati, stock invenduti e materiali tessili con negozi second hand, professionisti dell’upcycling e aziende del riciclo. In questo modo ciò che rischierebbe di diventare un rifiuto può rientrare nella filiera produttiva.
Lombardia

PRISM
PRISM, società benefit con sede a Milano, lavora direttamente con aziende e brand per recuperare capi invenduti, eccedenze tessili e prodotti da riparare o rigenerare. Attraverso riparazione, ricondizionamento, debrandizzazione e upcycling, i prodotti che potrebbero diventare scarti vengono trasformati in nuovi capi o materiali. È uno degli esempi italiani più vicini al principio: prima di buttare, recuperare il valore che esiste già.
Pulvera
A Renate, in provincia di Monza e Brianza, Pulvera recupera gli scarti tessili delle aziende della moda e li trasforma in una finissima fibra utilizzabile per nuove applicazioni. Il processo permette di creare materiali per moda, packaging e design partendo proprio da tessuti che altrimenti potrebbero essere smaltiti. Un modello nel quale lo scarto smette di essere un costo e diventa una nuova materia prima.
Trentino-Alto Adige

REDO Upcycling
REDO Upcycling nasce a Trento all’interno della Cooperativa A.L.P.I. e produce accessori utilizzando materiali di recupero, materie prime seconde e fondi di magazzino. Tessuti da tappezzeria, banner pubblicitari e componenti per calzature vengono trasformati in borse, zaini e altri oggetti. La produzione è locale e abbina l’economia circolare all’inserimento lavorativo di persone fragili.
Veneto

Progetto Quid
Nata a Verona, Progetto Quid recupera le eccedenze tessili di aziende e grandi marchi della moda e le utilizza per creare abbigliamento e accessori in edizione limitata. Circa il 90 per cento dei tessuti utilizzati dall’impresa proviene da eccedenze. Il modello associa economia circolare e inclusione sociale, creando opportunità di lavoro soprattutto per donne che hanno alle spalle situazioni di fragilità.
Nazena
A Vicenza, Nazena trasforma i rifiuti tessili dell’industria della moda in pannelli rigidi dai quali nascono piastrelle, tavolini, grucce, quaderni e altri prodotti. Il materiale può contenere almeno il 70 per cento di scarti tessili. È un esempio particolarmente chiaro di economia circolare: la spazzatura dell’abbigliamento diventa una materia prima per nuovi oggetti.
Friuli-Venezia Giulia

RE49
A Gonars, in provincia di Udine, RE49 produce scarpe utilizzando materiali già esistenti e destinati alla distruzione. Tra questi ci sono jeans, vele, tessuti di ombrelloni e altre rimanenze, recuperati, igienizzati e adattati alle nuove collezioni. L’azienda lavora anche con altre imprese per trovare nuove destinazioni agli inventari in eccesso e alle materie prime inutilizzate.
Liguria

Ogigia
Nel centro storico di Genova, Ogigia è una sartoria circolare che produce capi quasi su misura utilizzando esclusivamente tessuti riciclati. Il progetto va oltre il semplice recupero dei materiali e propone anche un sistema di abbonamento che introduce forme alternative di utilizzo e possesso dei vestiti. L’obiettivo è creare una piccola filiera locale nella quale i tessili continuino a circolare anziché diventare rifiuti.
Emilia-Romagna

Daliora
Daliora, con sede a Rimini, utilizza l’upcycling per trasformare capi e materiali già esistenti in nuove creazioni. Vecchi indumenti e tessuti vengono reinterpretati attraverso un lavoro sartoriale che ne modifica forme, dettagli e funzione. Il risultato sono pezzi unici o piccole capsule che allungano la vita di materiali già prodotti anziché richiedere continuamente nuove risorse.
Toscana

Zerow
Nata a Scandicci, in provincia di Firenze, Zerow è una piattaforma B2B che rimette sul mercato rimanenze, deadstock, tessuti e pellami provenienti dall’industria della moda e del lusso. Designer, artigiani e aziende possono acquistarli e utilizzarli per nuove produzioni. Il principio è molto vicino a quello di Too Good To Go: trovare un nuovo utilizzatore a una risorsa che rischia di restare inutilizzata.
Rifò
A Prato, Rifò recupera vecchi capi in cashmere, lana, denim, cotone e altri materiali per trasformarli in nuovi filati e nuovi vestiti. Il sistema riduce l’utilizzo di materie prime vergini e cerca anche di limitare la sovrapproduzione attraverso piccole quantità e preordini. Con il programma Re-Rifò, inoltre, alcuni prodotti possono essere rivenduti come second hand.
Proprio a Prato il recupero industriale degli scarti sta facendo un ulteriore salto di scala grazie al Textile Hub per il riciclo dei rifiuti tessili, progettato per trattare fino a 33 mila tonnellate di materiali all’anno.
Marche

Vicolo Moda Marche
A Montecosaro, in provincia di Macerata, Vicolo Moda Marche trasforma vecchi capi in nuove scarpe e accessori. Jeans, foulard, cravatte, borse e altri indumenti possono essere recuperati e inseriti nelle nuove creazioni artigianali. Il brand utilizza anche rimanenze di stock e materiali derivati da scarti vegetali, combinando upcycling e produzione locale.
Umbria

Sama Textile Recycling
Ad Assisi, Sama Textile Recycling recupera da oltre quarant’anni scarti provenienti da tessiture, maglifici, calzifici, tagli tessili e lavanderie industriali. Gestisce anche la rottamazione dei capi di fine produzione, che vengono trasformati in materia prima per altri manufatti. Selezione, igienizzazione e lavorazione permettono così di evitare che grandi quantità di materiale finiscano in discarica o negli inceneritori.
Lazio

Resrcle
Resrcle, realtà con sede a Roma, ha sviluppato una piattaforma digitale per aiutare le piccole e medie imprese tessili a gestire i propri scarti. Tra le funzioni c’è un marketplace circolare nel quale vendere deadstock e materiali riciclati. L’obiettivo è trasformare ciò che normalmente rappresenta un costo di smaltimento in una possibile fonte di ricavi, facendo incontrare domanda e offerta di materiali inutilizzati.
A Roma lavora sul recupero degli scarti anche Coloriage, sartoria sociale che utilizza ritagli di tessuti africani per realizzare nuovi capi e finanziare percorsi di formazione professionale.
Abruzzo

Vuscichè
Vuscichè è un progetto nato in Abruzzo dalla designer Diana Dieppa e costruisce le proprie collezioni anche attraverso il recupero di tessuti inutilizzati e materiali della tradizione abruzzese. Lo scarto e il tessuto abbandonato diventano la materia di partenza per capi realizzati in piccole quantità. Il progetto collega così moda circolare, artigianato e valorizzazione delle risorse locali.
Campania

Espò Smart Fashion
La Second Hand Clothing Srl di Maddaloni, in provincia di Caserta, ha sviluppato con Espò Smart Fashion una rete dedicata all’abbigliamento di seconda mano. I vestiti vengono selezionati, igienizzati, controllati e rimessi in vendita attraverso numerosi punti vendita. Il modello punta a dare un nuovo ciclo di utilizzo a capi ancora in buono stato e a evitare che vengano trasformati troppo presto in rifiuti tessili.
Puglia

OVS Innovazione & Sostenibilità
A Bari OVS Innovazione & Sostenibilità ha realizzato un centro multifunzionale dedicato al recupero e ricondizionamento dei capi invenduti. L’impianto può lavorare fino a 70 mila vestiti al giorno e punta a raggiungere circa 15 milioni di capi ricondizionati nel 2026. Gli indumenti vengono recuperati dalla rete di vendita, riordinati e redistribuiti, evitando che le rimanenze diventino automaticamente uno scarto.
Sicilia

Briuccia Sicilian Style
Il marchio Briuccia Sicilian Style applica una filosofia dichiaratamente zero sprechi: gli sfridi prodotti durante il taglio di borse e accessori vengono recuperati dalla Sartoria Sociale di Palermo. Scampoli e passamanerie diventano scrunchies e portachiavi, mentre i pezzi troppo piccoli vengono sminuzzati e utilizzati come imbottitura. Anche il più piccolo avanzo di tessuto trova così una nuova funzione.
Sardegna

Ecotessile
Ecotessile, con sede a Iglesias, raccoglie abiti e scarpe usati in tutta la Sardegna, anche direttamente nei negozi di abbigliamento, dove recupera resi e capi destinati al macero per il cambio di stagione. Secondo i dati dell’azienda, il 68 per cento del materiale raccolto viene destinato al riutilizzo e il 25 per cento al riciclo per produrre filati e imbottiture. Solo una piccola quota diventa quindi un vero rifiuto tessile.
Il modello più vicino a Too Good To Go
Wear It To Go
Nel Regno Unito, Wear It To Go è probabilmente la realtà che riproduce in modo più fedele la formula originale di Too Good To Go. La piattaforma mette in contatto negozi e clienti attraverso Surprise Fashion Bags: il consumatore sceglie categoria e taglia, paga a prezzo ribassato e ritira una borsa il cui contenuto resta in parte una sorpresa. L’azienda dichiara sconti tra il 50 e il 70 per cento e indica esplicitamente Too Good To Go come fonte di ispirazione.
Il denominatore comune di tutte queste esperienze è semplice: produrre un rifiuto deve diventare l’ultima possibilità, non la prima. Un vestito invenduto può tornare sul mercato, un capo usato può essere rivenduto o trasformato, un ritaglio può diventare materia prima e una rimanenza di magazzino può servire a un’altra azienda.
È un cambio di prospettiva importante, considerando quanto velocemente oggi gli abiti che non utilizziamo più rischiano di trasformarsi in spazzatura. La vera economia circolare comincia proprio da qui: usare più a lungo ciò che è già stato prodotto e non sprecare materiali ancora preziosi.
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