Per molti anni sono stati un simbolo della sostenibilità: i cassonetti gialli, destinati esclusivamente alla raccolta di indumenti, riuscivano a evitare un doppio spreco. Da un lato l’inquinamento causato dai rifiuti tessili (tra i principali responsabili delle emissioni nocive), dall’altro lo spreco di indumenti che poveri, migranti e senza fissa dimora, non possono permettersi e invece così ricevono grazie alla rete del volontariato.
A Roma erano oltre 1.800, ma in gran parte sono stati dismessi e il recupero dei rifiuti tessili è stato affidato in esclusiva (ma al momento solo in teoria) all’Ama, la società che si occupa della raccolta e dello smaltimento della spazzatura a Roma. Per le associazioni di volontariato che si occupano di assistenza ai poveri e consegna di indumenti, dalla Caritas a Sant’Egidio, la raccolta è circoscritta in luoghi gestiti direttamente dalle associazioni.
La scelta di eliminare i cassonetti gialli a Roma è nata sulla base di diversi fattori. Innanzitutto l’inciviltà di molti, troppi, cittadini, che avevano preso l’abitudine a gettare di tutto in questi contenitori, rendendo così inefficace qualsiasi tipo di raccolta differenziata e di potenziale riciclo degli indumenti. Allo stesso modo, vandali, e rovistatori di vario genere (anche persone poverissime e non sempre in condizioni stabili sul piano mentale) cercavano di rovistare nei cassonetti gialli per selezionare le cose da prendere, creando però sporcizia e degrado in tutta la zona.
Anche a Milano, dove il senso civico è sicuramente più alto rispetto a Roma, la rete dei cassonetti gialli rischia di scomparire, ed è entrata nella zona grigia dell’inefficienza e persino dei risultati dannosi. Qui il punto di partenza della crisi è molto chiaro: la raccolta e il recupero degli indumenti non è più conveniente, né per le aziende che si occupano del recupero e del riutilizzo delle materie prime e degli abiti (poi rivenduti sullo specifico mercato dell’usato, in punti fisici e online) né per le associazioni di volontariato che svolgono una parte della loro attività di assistenza ai poveri con il recupero e le donazioni di abiti, indumenti e biancheria.
Negli ultimi tempi i cassonetti gialli a Milano si sono ridotti a non più di 400 (erano 950 se si comprende l’intera area metropolitana) per un motivo preciso: l’abitudine di gettare in questi cassonetti anche i resti della fast fashion, ovvero indumenti e abiti realizzati con materiali, spesso collegati alla plastica, che non sono riciclabili. Così oltre il 40 per cento del materiale raccolto nei cassonetti gialli di Milano risulta inutilizzabile: non può essere rivenduto per raccogliere fondi o donato dai volontari della Caritas ambrosiana; non può andare in distribuzione nella rete delle parrocchie; ma non può neanche finire nel mega Textile di Rho, inaugurato in pompa magna nel 2024 come il più grande Centro di riciclo tessile del Nord Italia, in quanto materiale non riciclabile e riutilizzabile. Tanto che i gestori del Centro di Rho, a partire dalla cooperativa Vesti Solidale, che si occupa a Milano e provincia del recupero degli indumenti tessili, minacciano di chiudere la struttura, diventata passiva, con costi di smaltimento troppo onerosi e ricavi in continua flessione. In alcune zone della Lombardia, i cassonetti gialli, per gli stessi problemi registrati a Milano, sono stati completamente eliminati, come nel caso di Sondrio e di Cormano, ma la situazione è critica anche in grandi città, da Nord a Sud, come Torino, Bologna, Firenze e Napoli.
La crisi dei cassonetti gialli, sulla quale non si vedono ancora risposte concrete da parte delle amministrazioni pubbliche, rischia di dare un duro colpo all’intero sistema nazionale della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, e di lasciare soltanto due possibilità ai consumatori per evitare lo spreco dei rifiuti tessili: riciclare i vestiti, o anche dare una seconda vita agli abiti un tempo destinati proprio ai cassonetti gialli.
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