Dipendenza dai social: se i genitori stanno peggio dei figli

Le statistiche sembrano confermare ciò che vediamo ogni giorno: gli adulti con i social, e con Internet, hanno persino più problemi degli adolescenti

social dipendenti
Il 90 per cento delle scuole italiane hanno ormai inserito il divieto dell’uso dello smartphone all’interno del regolamento scolastico: in alcuni casi gli alunni possono conservarlo, spento, nello zaino; in altri casi va depositato negli appositi contenitori predisposti nelle aule o all’ingresso dell’istituto. I risultati sono evidenti: secondo i dati del ministero dell’Istruzione l’aumento dell’attenzione e della concentrazione dei ragazzi è stato “alto” nel 20 per cento dei casi e “medio” nel 56,6 per cento delle scuole. Allo stesso diversi paesi, anche in Europa, sembrano intenzionati a seguire il “modello australiano”: social vietati agli under 16. E nei tribunali americani si moltiplicano le class action con richieste di risarcimenti milionari alle big tech che non vanno nulla per fermare l’invadenza delle loro piattaforme tra i minorenni.
Dunque, al momento per contenere l’egemonia dei social abbiamo imboccato la via giudiziaria e quella dei divieti, non solo attraverso le leggi. Sono cose inutili, sicuramente, ma purtroppo di un’efficacia molto limitata (per esempio. i ragazzi tendono a considerare i divieti un ottimo motivo per aggirarli, e dal cinismo di “lor signori” di meta e Google non c’è da aspettarsi alcuna collaborazione) se non vengono accompagnate da qualche cambiamento che impatta in modo forte e chiaro sugli stili di vita. Di tutti, non solo degli adolescenti. E qui veniamo a una domanda che rischia di passare in secondo piano, ma invece è una delle chiavi per affrontare con la giusta dose di energia il problema. ma siamo sicuri che la dipendenza dai social riguardi gli adolescenti e non anche, se non in misura maggiore, gli adulti, ovvero genitori e talvolta nonni? Non è una domanda retorica, e lo dimostrano innanzitutto i dati.
Un’indagine del Censis, fotografa con estrema precisione il quadro della dipendenza internettiana in Italia. Un quinto della popolazione adulta in Italia, oltre il 20 per cento, si considera completamente dipendente di Internet. Riconosce, con le mani in alto in segno di resa, la sua assuefazione, nonostante l’età che avrebbe dovuto portare maggiore responsabilità e consapevolezza. Il 63 per cento degli adulti iniziano la loro giornata con un gesto tipico dei social-dipendenti: controllare tutti i messaggi ricevuti sulle varie piattaforme. E iniziare subito, prima ancora di bere il caffè, a scambiare mail, sms, fotografie su Instagram. Ancora: il 34,1 per cento degli adulti ha preso la pessima abitudine di piazzare a tavola, come una pistola, lo smartphone sul tavolo. E di rispondere a qualsiasi messaggio arriva, anche quando si ha il boccone in bocca o si sta amabilmente conversando con i commensali.
 Se per gli adolescenti la dipendenza dai social rappresenta un tema di identità, di stare nel branco, per gli adulti  la tecnologia è un’affannosa, e talvolta fossa se non ridicola, rincorsa verso un mondo sconosciuto, ma anche un modo per sentirsi meno soli e più vitali, un universo nel quale dire la propria, utilizzando, anche in modo maldestro, i vari linguaggi dell’online, a partire dai social. Chattare, cinguettare, postare.  E così via. Tutto, spesso, con una compulsione sfrenata, con un narcisismo senza limiti, e con una curiosità piuttosto circoscritta ai due ambienti (il sesso e il gioco) nei quali l’universo di Internet risulta più navigato.

La dipendenza dai social, e in generale da Internet, è molto contagiosa, e un genitore, o un nonno, social-dipendente offre un pessimo esempio. Qualche volta diventa imbarazzante, anche per figli e nipoti che leggono i suoi messaggi. Molto più di un giovane chiuso in se stesso e aggrappato alla tecnologia, smarrisce il contatto dalla realtà, a partire dal dato anagrafico. Infine, è una persona che non ha alibi per giustificare la sua dipendenza: lui, o lei, sono cresciuti nell’era dei libri, della conversazione, del cinema. Perché ridurre la comunicazione e la relazione al puro e semplice contatto online?

È bellissimo vedere una generazione di adolescenti che, per la prima volta nella storia, insegna a generazioni precedenti, genitori e nonni, come si usa la tecnologia. Una generazione che educa, prima ancora di essere educata. Ma è tristissimo vedere come loro, uomini e donne in piena maturità, sprecano questa occasione, dimenticano che ogni età ha i suoi toni nel corso della vita, e si trasformano in smanettoni compulsivi. Pronti a diseducare chi viene dopo.

Le indagini sul campo sembrano confermare ciò che percepiamo nel vissuto quotidiano: la dipendenza dai social, come l’ansia da cellulare, non riguarda soltanto o prevalentemente le fasce giovanili, ma innanzitutto gli adulti. Le immagini che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi parlano più dei numeri. La famigliola, padre, madre e due figli, seduta al tavolo del ristorante, con ciascuno dei commensali chinato sullo smartphone a smanettare. Le urla da smartphone, durante qualche comunicazione via social, in treno. Le immagini fatte circolare via Instagram della propria giornata, come se la vita quotidiana di ognuno di noi potesse interessare sempre anche agli altri. Gli insulti e le scorribande via Facebook.

Sono gli adulti che hanno insegnato agli adolescenti a essere dipendenti dei social. Sono loro che non hanno messo alcun argine all’avanzata galoppante della tecnologia. E sono sempre loro che non hanno aggiornato il galateo, misurandolo con la novità dell’uso compulsivo delle protesi elettroniche. C’è un film che si replicando, a distanza di una generazione, e che abbiamo già visto: la schiavitù dalla televisione. Da elettrodomestico, prima gli adulti, e poi i ragazzi, anche i più piccoli, l’hanno trasformata in una baby sitter, una compagna di vita, una maestra di vita e di stili di vita, il luogo prediletto dove si selezione e si acclama una classe dirigente. Se partiamo da queste responsabilità e ognuno si assume le sue, forse riusciremo a non restare soffocati dai social, come siamo stati invasi dalla televisione.

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