Rischi smartworking per i dipendenti - Non Sprecare
Questo sito contribuisce all'audience di

Lo smart working non può essere una prigione. E la tecnologia non è una clava per spiare i dipendenti

Software per controllare la presenza al pc del dipendente. Braccialetti da detenuti. Occhiali con Gps. Il lavoro «agile» non è un sinonimo di schiavitù

Una sottile metamorfosi rischia di stravolgere lo smart working e trasformarlo da opportunità in spreco. Sentiremo parlare molto, e molto a lungo, di questa nuova modalità di lavoro, che ormai riguarda, in Italia, un’impresa pubblica o privata su tre. E tendenzialmente, almeno fino a quando la situazione dei contagi non sarà definitivamente sotto controllo, il 70 per cento dei lavoratori.

LEGGI ANCHE: Smart working in Italia: adesso si fa sul serio. La sfida della Pubblica Amministrazione

RISCHI SMART WORKING PER I DIPENDENTI

Con questa carta d’identità è chiaro che il mondo del lavoro viene stravolto da una forma di attività che in italiano traduciamo come «lavoro agile». Agile, in quanto flessibile. Con vantaggi per tutti, sia i datori di lavoro sia i lavoratori.

Lo abbiamo già detto: sulla carta i vantaggi superano i possibili svantaggi. Grazie allo smart working vengono azzerati costi e gli orari di spostamento. Il dipendente ha più tempo per dedicarsi alla propria famiglia e non ha l’ansia di arrivare fuori orario per timbrare il cartellino. La tecnologia consente di non rinunciare a obiettivi e programmi già definiti, e allo stesso tempo i contatti, sia gerarchici sia orizzontali, non sono compromessi. I rischi sanitari, in tempi di coronavirus, ovviamente si azzerano.

Poi ci sono gli svantaggi, tra i quali c’è da sottolineare l’aspetto virtuale delle relazioni professionali. Non è un bene per nessuno. La crescita di un’attività si deve anche alla contaminazione di esperienze, conoscenze, idee, soluzioni. E un conto è condividere questo bagaglio professionale dal vivo, guardandosi negli occhi e frequentandosi anche nella leggerezza delle pause pranzo, altra cosa è circoscrivere i contatti alla dimensione artificiosa del pc.

Ma, tornando alla metamorfosi dello smart working, tra gli svantaggi ne sta crescendo uno più velocemente di tutti. L’idea di ridurlo a una nuova forma di schiavitù. Ammantata dal linguaggio della tecnologia, dalle nuove formule dell’innovazione, da ciò di miracolistico che le macchine possono fare: ma pur sempre schiavitù. Dove l’uomo soccombe.

PER APPROFONDIRE: Smart working, che non diventi una vacanza. O l’occasione per sfruttare i lavoratori

CRITICITÀ SMART WORKING

Come definire altrimenti, per esempio, l’idea di introdurre videochiamate o software che rilevano la presenza al pc del lavoratore? Qui va a farsi benedire il sacrosanto diritto alla privacy, ma crolla alla radice il patto fiduciario tra l’imprenditore e il lavoratore. E tutto si giuoca su una forma di violenza, dove la clava è la tecnologia, per fare fronte, in modo preventivo, alla presunta furbizia del dipendente.

E’ una soluzione stupida e inaccettabile. Una contraddizione in termini rispetto allo smart working sinonimo di «lavoro agile»: così è rigido, bloccato. E lo stesso lavoratore si sentirà prigioniero di una catena e non libero di lavorare nelle migliori condizioni per migliorare la sua produttività e la sua soddisfazione.

Non parliamo poi di altre forme di controllo. Tutte già definite e disponibili. I braccialetti intelligenti, come se i lavoratori fossero dei pregiudicati in libertà vigilata. Gli occhiali con Gps, dove il gioco è tenere sotto schiaffo, e sotto controllo, chi fa semplicemente il suo lavoro. Capi di abbigliamento interattivi, che non è una nuova linea di moda o una creazione di Armani, ma una spudorata forma di vigilanza fisica e psicologica di chi sta lavorando da remoto.

Negli Stati Uniti, dove il 42 per cento dei dipendenti è in smart working dilaga ormai la sorveglianza digitale. E le maglie della legge sono molto larghe, a favore delle aziende, per consentirla a tutto campo. Così sono molto vendute sul mercato una serie di app con le quali i capi azienda possono controllare le mail, i file, e le pagine web visitate dal lavoratore a distanza. TSheet è un app che il dipendente deve scaricare sul suo smartphone: in questo modo sarà sotto sorveglianza durante tutta la giornata. Time Doctor è invece un servizio che usa una webcam per scattare delle foto ogni dieci minuti. E InterGuard è un altro servizio, questa volta installato segretamente sul pc del dipendente, per controllare tutte le pagine visitate, distinguendo quelle produttive dalle improduttive.  Il lavoro così più che smart diventa davvero una prigione costruita da infernali software a disposizione delle aziende.

Vivi lieve per acquisti online

Per acquistare “Vivi Lieve”
basta un click qui

CONTROLLO A DISTANZA DEI LAVORATORI

Potreste chiedere: ma allora come si fa ad avere la certezza che un lavoratore faccia il suo dovere anche a distanza? Non giriamo troppo attorno a questa domanda, che mette in campo una delicata questione relativa al lavoro «agile», e cioè il fatto che, specie nel pubblico impiego dove le parole controllo, verifica, risultati, sono tabù, si è risolto in una pacchia per i fannulloni e in una stangata per i cittadini. Cerchi di procurati un documento, e affondi nella palude di una musichetta, di un non pervenuto, e di una sbarra di inaccessibilità del sito. In realtà, sia le aziende private sia quelle pubbliche hanno tutti gli strumenti, ma proprio tutti, per fare le loro verifiche senza mettere sotto torchio con metodi da regimi autoritari i lavoratori. Basta fare un piano di lavoro, con obiettivi e scadenze ben precisi, e verificare, nel corso dell’opera il raggiungimento dei vari traguardi, passo dopo passo. Non è difficile. E consente di evitare qualsiasi forma di surrettizia sorveglianza. 

Per nostra fortuna abbiamo uno Statuto dei lavoratori che (articolo 4) parla chiaro. E recita: «Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive». Lo Statuto ha mezzo secolo di vita, fu approvato quando il mondo, e l’Italia, andavano ancora in bianco e nero e la tecnologia non dava alcuna segnale sulla sua successiva pervasività. Quella legge, tanto criticata, in realtà fu una lungimirante conquista. E bisogna tenerla scolpita nella testa, accanto a un minimo di buonsenso, se non vogliamo rendere lo smart working indigeribile per i lavoratori. E per le imprese che ne avranno tutti i danni.  

STORIE DAL MONDO DEL LAVORO:

Shares