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Se precariato vuol dire poca sicurezza

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Vogliono riprendersi il futuro. E far parte di una società il cui modello di sviluppo metta al centro le loro energie e le loro capacità. Come non accade oggi. I giovani precari italiani, che sabato 9 aprile scenderanno nelle piazze 1 italiane per "Il nostro tempo è adesso" 2, mettono sul tavolo non solo rivendicazioni di principio. Ma dati, numeri, statistiche e ricerche. Che forniscono una mappa dettagliata della "condizione precaria". Un mondo che vive ai margini del diritto, dove scarseggiano dignità e tutele. Un mondo pericoloso: solo nel 2009, 295 giovani sotto i 35 anni sono morti lavorando. Daniele Di Nunzio, ricercatore dell’Ires 3, ha in cantiere un saggio "Tra rischi sociali e per la salute: le condizioni di lavoro dei giovani". Repubblica.it ne anticipa le linee principali.

Infortuni sul lavoro. La ricerca parte dall’analisi delle statistiche ufficiali. E da più di mille interviste realizzate a lavoratori sotto i 35 anni. E l’intento è andare a fondo, analizzare e spiegare le condizioni di vita, togliere ogni patina di retorica: "Dietro le difficoltà occupazionali dei giovani e la loro dequalificazione all’interno dei processi produttivi si nasconde il dramma poco rilevato delle difficili condizioni di lavoro che essi vivono".

Condizioni che hanno "un impatto negativo sul loro stato di salute, fisico e psicologico". Poi i dati. Uno spietato susseguirsi di cifre. Nel 2009, in Italia, un infortunio sul lavoro su tre ha coinvolto un lavoratore sotto i 35 anni. "Precisamente, l’Inail ne ha registrati 262.233".

L’impatto sulla salute. E non è tutto. Sempre nel 2009, sono morti sul lavoro 295 giovani. E "tra il 2005 e il 2009, 44.478 lavoratori sotto i 35 anni hanno subito un danno permanente a causa di un incidente sul lavoro". Cioè, "un’invalidità che li segnerà per il resto della loro vita". E, secondo la ricerca, sono "proprio i giovani hanno il tasso infortunistico più elevato: secondo le nostre elaborazioni si registrano 5,06 infortuni ogni 100 occupati per chi ha fino a 34 anni e 3,72 infortuni ogni 100 occupati per chi ha più di 34 anni". E quando si cerca di spiegare questo quadro, in genere si arriva alla "scarsa esperienza lavorativa dei giovani". Una giustificazione extra-legale, che non ha nessun fondamento nel diritto. "La legge prevede che la tutela sia massima per tutti attraverso un’adeguata prevenzione. D’altra parte, proprio la ricerca dimostra che la dura realtà del lavoro per i giovani è la ragione primaria della loro elevata esposizione ai fattori di rischio".

Il carico di lavoro. Come lavora, giorno dopo giorno, un precario? Quali sono le sue condizioni, fisiche e psicologiche? Le risposte della ricerca di Di Nunzio partono dal carico di lavoro: "Il 35,2% dei giovani lavoratori fa degli sforzi fisici considerevoli e il 17,8% lavora in condizioni di pericolo". E al danno si aggiunge la beffa: uno stato di subordinazione cronica. "Due lavoratori su tre non possono scegliere o cambiare i metodi di lavoro (64,2%)". E questa condizione è più forte, paradossalmente, "per chi ha un contratto di collaborazione occasionale o a progetto (per il 65,8% di loro) piuttosto per chi ha un tempo indeterminato (55,4%)". Ovvero come la flessibilità favorisca più la subordinazione che l’autodeterminazione. "Più della metà dei collaboratori non può cambiare la velocità con cui svolge il lavoro (55,6%) o scegliere con una certa libertà i turni di lavoro (54,7%) e nemmeno decidere quando prendere i giorni di ferie (57%)" Ancora: "due su tre non possono cambiare i metodi di lavoro (65,7%) e nemmeno cambiare l’ordine dei compiti assegnati (70,7%), uno su cinque non può nemmeno prendere una pausa quando ne ha bisogno (20,6%)".

Diritti e prospettive. E se si guarda al futuro, le cose non migliorano. "Per il 58,2% non c’è nessuna possibilità di carriera nel posto in cui lavora". E molti convivono con la paura del licenziamento: "uno su tre, il 35,4%, è preoccupato di perdere il posto di lavoro". E alla precarietà si aggiunge l’assenza di diritto: "Il 40% dei giovani intervistati dichiara di aver svolto lavoro in nero". Le conclusioni? "Il lavoro è troppo spesso un vettore di sottomissione alla realtà piuttosto che uno strumento capace di favorire la tutela, l’emancipazione individuale e la promozione sociale". L’urgenza, diventa "capire come costruire un modello di sviluppo efficace e coerente, che miri ad elevare la qualità complessiva dei processi di lavoro". Per mettere insieme "la competitività delle aziende con il benessere dei lavoratori".