Quelle ore pagate alla voglia di perfezione | Non Sprecare
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Quelle ore pagate alla voglia di perfezione

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Sono le 9,50 e devo essere in ufficio per le 10. Con la moto, anche se faccio il matto, non ci metto meno di un quarto d’ora, quindi di fatto sono già in ritardo. Volo per la casa come Hugh Grant in Quattro matrimoni e un funerale (Cazzo, cazzo, cazzo…) quando mi casca l’occhio sul tavolo di cucina dove mio figlio quindicenne ha fatto colazione prima di andare a scuola.  Briciole dappertutto, un involucro vuoto di muesli, una tazza sporca (lo stiamo educando male, ‘sto ragazzo). La compagna della mia vita è fuori città per lavoro, so che se quando rientra trova la cucina in quelle condizioni le vengono gli stranguglioni, per lei è quasi un fastidio fisico tornare a casa e trovare in disordine. Non posso lasciare così, quindi mi levo la giacca da motociclista e comincio a pulire.

E mi viene da ridere, perché penso che sono in una situazione tipica da 27ma ora (sì, conosco sia il detto sia il blog), impegni di lavoro e un pezzetto di casa da riassettare. Poi, già in sella, al primo semaforo rosso, ci rifletto un po’ su. Parliamoci chiaro, se non fosse stato per Carla e le sue idiosincrasie, avrei lasciato tutto com’era, briciole e compagnia bella. Chissenefrega, è tardi, alla sera uno torna e pulisce.

E allora mi domando quanto dell’impegno delle donne, quanto di quelle benedette 27 ore, arrivi da effettive necessità e quanto da idiosincrasie analoghe, da voglie di perfezione assoluta per casa, coppia e famiglia, che nessuno chiede ma che molte donne si sentono obbligate a fornire.

Una mia amica avvocato divorzista una volta mi ha detto: “La maggioranza dei miei clienti non sono mica gente come te, che si innamora della collega d’ufficio più giovane o perde la testa per la creativa pubblicitaria in carriera e molla la moglie. No, la maggioranza sono donne che abitano a Cologno Monzese, si alzano alle sei mezzo per portare il bambino dai nonni che stanno a Trezzano sul Naviglio, corrono in ufficio, lavorano fino alle sei del pomeriggio, riprendono il bambino, tornano a casa, lavano il pargolo, sistemano, cucinano mentre il marito legge la Gazzetta, poi mettono in tavola, il marito dice che la pasta è scotta e loro gliela versano in testa e poi si separano”.

Ecco, ma io e tanti che conosco non siamo uomini così. Magari non aiutiamo in casa (oppure lo facciamo, però con i nostri tempi, che guarda caso non vanno mai bene), ma non ce ne frega niente della pasta scotta o della casa in disordine, pazienza, si mangia un panino e il letto non si rifà. Insomma, non sarà che, di queste benedette 27 ore, almeno un paio ve le imponiate da sole?

Per la cronaca, ho espresso questo dubbio anche in casa. La risposta è stata che si tratta di un alibi, perché poi alla fine il panino non si mangia  e c’è il risotto e tutto è a posto e la casa è pulita, ma con queste belle teorie noi uomini “democratici” evitiamo anche le rotture di scatole  e i sensi di colpa per aver imposto alle donne le corvee di cui sopra. Sarà, ma il dubbio mi resta.