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Poco e’ meglio

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Di Sabrina Minardi

Poco è meglio

 
Camminare. Conservare.
Conversare. Prendi tre
verbi che apparentemente
in comune hanno
la sola iniziale. E
pensaci bene. A compierle
davvero queste
azioni, tutti i giorni, cambiano la vita…
È semplice la ricetta del giornalista Antonio
Galdo, ideatore di un sito – nonsprecare.
it – che da tempo monitora, e suggerisce,
comportamenti sostenibili: tre parole
soltanto per sintetizzare le traiettorie
nuove della contemporaneità. E rimettere
in discussione un modello culturale,
economico e sociale, che ha fallito.
Prove tecniche post-crisi. Ovvero: come
fare di necessità virtù, cogliendo l’irripetibile
occasione di prendere le distanze
dagli eccessi, dai consumi ostentati, dai
gesti inutilmente costosi per il pianeta.
«Basterebbe ritrovare il gusto della manutenzione,
anziché buttare via e ricomprare
tutto ciò che si guasta», dice Galdo:
«Coltivare un piccolo terreno per riscoprire
il rapporto con la terra e con le sue
leggi. Rinunciare alla schiavitù della macchina
per apprezzare la libertà
del camminare. Spegnere i
computer, staccare i cellulari
se diventano una fonte di dipendenza.
E approfittarne
per dedicarsi agli altri in carne
e ossa, riapprezzando il gusto
della conversazione. In
fondo, basta poco».
“Basta poco”: si intitola così
il suo ultimo libro (in uscita il
primo febbraio per Einaudi),
dedicato ai comportamenti
che marcano la rotta di uno
stile di vita nuovo. Fatto di riduzione
degli sprechi, di attenzione
etica. Di gesti di responsabilità:
verso l’ambiente
e verso gli altri.
Ma recuperare tempo e spazio per sé, fare
“downshifting”, scalare cioè le marce
in modo da rallentare la propria corsa
quotidiana, è più facile a dirsi che a farsi:
siamo certi che basti così poco?
«Ne sono convinto. Basta trasformare
azioni facili in abitudini», ribadisce Galdo:
«Compiendole, anche noi cambiamo
radicalmente. Il superfluo si fa più evidente
e si ridimensiona. E altre possibilità
si fanno largo. Un esempio? Le macchine:
nelle metropoli la fonte principale di
inquinamento. Siamo così certi che siano
sempre necessarie? Che nelle nostre città
non ci si possa muovere in autobus, in bici
o persino a piedi? Nel mondo questo ripensamento
sta avvenendo».
A Manhattan, per esempio: oltre l’80 per
cento dei residenti va al lavoro in metropolitana,
in autobus, in bici. E grazie a loro
New York è diventata la città americana
che brucia meno benzina e immette
nell’atmosfera molta meno anidride carbonica
della media nazionale. Non solo:
se il sindaco Michael Bloomberg, come
ricorda Galdo, si è messo in testa di disegnare
la metropoli a misura
d’uomo, la Green
City rimodellata sugli
effetti della Grande Crisi,
con isole pedonali
ovunque, taxi collettivi,
alberi piantati in tutti i
quartieri e migliaia di
biciclette a disposizione,
altrettanto stanno
facendo paesi in frenetica
crescita come la Cina:
«Si vendevano
2.500 auto al giorno.
Ma il rischio era il blocco totale della circolazione.
Oggi il governo cinese ha contingentato
la vendita di auto». E anche in
Italia i segnali sono positivi: secondo il
Censis, 21 automobilisti su cento hanno
deciso, nell’ultimo anno, di usare meno
l’automobile. Lo hanno fatto per colpa
della recessione, certo. Il risultato è comunque
che si va molto di più a piedi.
«Cresce l’esigenza di una vita più leggera
», continua Galdo: «Non soffocata
dalla dimensione virtuale e più densa di
esperienze di qualità. La gente invoca il
piacere della normalità: meno traffico,
meno stress». Meno consumi. Sono crollati
tutti – pasti, vestiti, vacanze – secondo
gli ultimi dati Confcommercio: le spese
sono scese al livello del 1999. E la conferma
è appena arrivata dal grande flop
dei saldi: flessione media del 35 per cento
in due anni, secondo Federabbigliamento-
Confcommercio di Roma. L’ennesimo
segnale della difficoltà deglimenticare che per alcuni poco non è una
scelta, ma una condizione obbligata: una
necessità».
Il rischio è che la tendenza alla neo sobrietà
non tenga conto di larghe fasce della
popolazione senza neppure il minimo. E
diventi ennesima moda:
come la mania degli
orti urbani (secondo
l’Istat, su dati Coldiretti,
quasi quattro
italiani su dieci coltivano
frutta e verdura
su fazzoletti di terra,
cortili, terrazzi e balconi
condominiali). La
passione per il cibo
biologico a tutti i costi,
nella convinzione che i
prodotti senza fertilizzanti
nutrano meglio
(quasi 9 milioni di italiani,
sette famiglie su
dieci, dichiarano di acquistarlo).
L’ecosostenibilità
della casa: per il 70 per cento degli
italiani un vero sogno. Per non parlare
del design: dove la ricerca di materiali
a basso impatto ambientale fa rima con
lusso e ricercatezza.
«Il verde è diventato ossessione, con molti
seguaci dell’eco-chic. Il pericolo è ora
che proprio il verde sia un nuovo motore
di consumi di massa», ammette Galdo.
Si chiama “greenwashing”: il “lavaggio”
grazie al quale molte imprese ammantano
tutto di qualità ecosensibili,
per catturare il consumatore, ingannandolo.
Con casi eclatanti: come la società
petrolifera BP, responsabile nell’estate
scorsa nel Golfo del Messico del più
grave disastro ambientale degli Stati
Uniti: solo qualche mese prima aveva investito
200 milioni di euro in una campagna
di greenwashing, cambiando i colori
delle insegne e presentandosi come
un gruppo socialmente responsabile e
amico dell’ambiente. «È necessario evitare
di trasformare i cambiamenti in
nuove ossessioni. E vigilare», dice Galdo.
I controllori sono già in azione. Uno
su tutti, il giornalista inglese Fred Pearce:
contro la moda del greenwashing il
suo blog è un caso mondiale (sul sito di
“The Guardian”), e un catalogo di clamorosi
trucchi verdi. n
italiani? Certo. Ma c’è anche chi
ne ha colto il rapporto con i desideri:
oggi, praticamente saturi.
«La gente non consuma. Ma perché
dovrebbe farlo? Cosa mai ci
dovrebbe attirare e spingere a
spendere?», ha notato il sociologo Giuseppe
De Rita, fondatore del Censis: «Gli
armadi straripano. Tutti abbiamo i telefonini
e altri gadget tecnologici. Ma non
abbiamo più impulsi, più stimoli. Niente
che ci spinga veramente a nuovi acquisti
compulsivi».
«La crisi ci impone di essere più attenti,
ma il calo dei consumi non è legato solo
alla saturazione dei desideri», replica
Galdo: «È in atto un cambiamento profondo.
Un ripensamento, all’insegna della
responsabilità, di certi comportamenti.
È etico buttare nel cestino il 20 per cento
della spesa? È moralmente accettabile
eliminare gli oggetti, sempre e comunque,
senza provare a riaggiustarli?».
Il dilemma è globale. Se “Il lavoro manuale
come medicina dell’anima”, il bestseller
del filosofo-meccanico Matthew
Crawford ha dimostrato il nuovo
boom dell’homo faber, padrone della
sua manualità e capace di custodire gli
oggetti e tramandarli, sempre negli Stati
Uniti la tendenza ad aggiustare, più
che a consumare, è già moda. Vedi, on
line, wikihow.com, manuale universale
di consigli per costruire, modificare, aggiustare.
O etsy.com: prodotti in vendita
rigorosamente fatti a mano da una
nuova generazione di creativi. Dalla
Gran Bretagna, invece, arriva ifxit.com:
nato per scambiarsi consigli sull’elettronica,
è diventato un sito di suggerimenti
per riparare qualsiasi cosa.
«La crisi è stata l’occasione per forzare
certi stili di vita. E, al tempo stesso, per
dare visibilità a chi già agiva così per
scelte di natura etica», sostiene Giovanni
Petrini, responsabile della fiera “Fa’
la cosa giusta”, rassegna in crescita dedicata
al consumo critico e agli stili di
vita sostenibili (la prossima edizione,
l’ottava, si svolgerà a Milano, dal 25 al
27 marzo).
«Succede con l’uso della bici, che fa guadagnare
tempo, fa bene alla salute e taglia
i costi della benzina. Ma anche con i
consumi alimentari. La vendita di acqua
minerale, per esempio: oggi il trend non
è più in crescita, sia per una questione di
risparmio economico, che per effetto di
campagne culturali che hanno
mostrato la bontà delle
acque del rubinetto. Oggi
abbiamo l’occasione di
inaugurare un potenziale
nuovo sistema economico,
uscendo dalla logica delle rinunce
e del sacrificio. Scoprendo
l’aspetto edonistico
di certe scelte. Il piacere di consumare eticamente,
cioè. Che ha come diretta conseguenza
la riscoperta delle relazioni:
con gli altri, con i produttori, con chi ha
la responsabilità delle imprese. Anch’io
credo che basti poco. A patto di non dimenticare che per alcuni poco non è una
scelta, ma una condizione obbligata: una
necessità».
Il rischio è che la tendenza alla neo sobrietà
non tenga conto di larghe fasce della
popolazione senza neppure il minimo. E
diventi ennesima moda:
come la mania degli
orti urbani (secondo
l’Istat, su dati Coldiretti,
quasi quattro
italiani su dieci coltivano
frutta e verdura
su fazzoletti di terra,
cortili, terrazzi e balconi
condominiali). La
passione per il cibo
biologico a tutti i costi,
nella convinzione che i
prodotti senza fertilizzanti
nutrano meglio
(quasi 9 milioni di italiani,
sette famiglie su
dieci, dichiarano di acquistarlo).
L’ecosostenibilità
della casa: per il 70 per cento degli
italiani un vero sogno. Per non parlare
del design: dove la ricerca di materiali
a basso impatto ambientale fa rima con
lusso e ricercatezza.
«Il verde è diventato ossessione, con molti
seguaci dell’eco-chic. Il pericolo è ora
che proprio il verde sia un nuovo motore
di consumi di massa», ammette Galdo.
Si chiama “greenwashing”: il “lavaggio”
grazie al quale molte imprese ammantano
tutto di qualità ecosensibili,
per catturare il consumatore, ingannandolo.
Con casi eclatanti: come la società
petrolifera BP, responsabile nell’estate
scorsa nel Golfo del Messico del più
grave disastro ambientale degli Stati
Uniti: solo qualche mese prima aveva investito
200 milioni di euro in una campagna
di greenwashing, cambiando i colori
delle insegne e presentandosi come
un gruppo socialmente responsabile e
amico dell’ambiente. «È necessario evitare
di trasformare i cambiamenti in
nuove ossessioni. E vigilare», dice Galdo.
I controllori sono già in azione. Uno
su tutti, il giornalista inglese Fred Pearce:
contro la moda del greenwashing il
suo blog è un caso mondiale (sul sito di
“The Guardian”), e un catalogo di clamorosi
trucchi verdi. N
 
LE COSE SIAMO NOI
Nel rapporto tra noi e i beni che ci circondano,
alcuni oggetti ci aiutano a capire il mondo.
Ecco perché non dobbiamo sprecarli
colloquio con Remo Bodei
«Sprecando abbiamo ridotto le cose a puri
oggetti. Ne abbiamo svalutato il senso. E
impoverito anche noi stessi». Per il filosofo
Remo Bodei, che al rapporto tra l’uomo e i beni che lo circondano
ha dedicato il libro “La vita delle cose” (Laterza), c’è un valore
intrinseco, nel mondo inanimato, da preservare. Averne la
consapevolezza vuol dire fare un passo avanti nella comprensione
dell’universo. E cogliere l’occasione per riscoprire relazioni: tra
individui, generazioni, collettività.
In che modo le cose acquistano significati ulteriori?
«Innanzi tutto, occorre distinguere tra le cose e oggetti. Gli oggetti
sono qualcosa di cui ci si appropria, ci stanno di fronte e aspettano
di essere consumati. Le cose, invece, hanno una loro autonomia:
sono strati di senso che si depositano nel tempo e che fanno parte
di noi. Le cose, cioè, si impregnano di significati che si tramandano
di generazione in generazione».
Le cose sono collegamenti col passato?
«Sono depositi di significati che parlano del nostro rapporto col
mondo. Per questo dobbiamo avere verso di loro un atteggiamento
di visione e di ascolto, invece di usarle. Perché sono crocevia del
mondo, ci rimandano ad altre esperienze e ad altre situazioni».
Ci fa qualche esempio?
«Una bambola di ceramica ci fa tornare all’infanzia delle nonne,
a un periodo che precede la scoperta della plastica, ci consente di
inquadrarla nella storia dei giocattoli. Una spada ci riporta ai tornei
cavallereschi, alla diversa educazione dei maschi e delle femmine.
Le cose ci mettono in contatto con esperienze del mondo che si sono
oggettivate. Una volta riportate a noi ce lo fanno comprendere».
Oggi circola spirito di conservazione. Il monito è: non sprecare risorse.
E adottare comportamenti più frugali. Che ne pensa?
«Abusando del rapporto di appropriazione, le cose sono diventate
un riempitivo della nostra esperienza, sostanzialmente povera. A dire
il vero, siamo stati messi in una condizione per cui consumare è
importante. La stessa società si è strutturata così: alimentando l’idea
che se non si consuma tutto si ferma. E si sono moltiplicati i desideri:
su essi la società ha basato il suo immaginario».
Ora però qualcuno sostiene che questi desideri siano appagati, saturi.
«È vero solo in parte: si compra di meno per via della crisi economica
che ci sta rimettendo su un binario di rapporti diversi con le cose.
La sobrietà è necessaria: l’ha spiegato meglio di tutti Edmondo
Berselli nel suo ultimo libro “L’economia giusta”. Dobbiamo abituarci
a essere più poveri. Che non vuol dire avere una vita più triste,
ma una logica dei desideri che punta ad altro».
A cosa?
«Può darsi che passare più tempo coi propri figli, coltivare un rapporto
diverso con la natura ci consoli molto di più che avere rapporti
di voracità con le cose. E sia la strada per la felicità».
Insomma, lei crede che la crisi sia l’opportunità per un cambiamento
positivo?
«Ne siamo in parte costretti per ragioni economiche. Ma sono
convinto che avere più attenzione per le cose, più cura per ciò
che ci circonda, sia un’occasione da non perdere».
Non ha il sospetto che si tratti di un’ennesima moda, dei capricci
di un’élite che può scegliere come impiegare i propri mezzi?
«Il rischio c’è. Ma se non puntare tutto sull’effimero diventasse
un’abitudine culturale sarebbe un gran bene. Già un cambiamento
c’è: l’ostentazione della ricchezza ha recuperato pudore». S. M.