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La tirannia della scelta

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Il tema mi aveva intrigato nel 2004. Ero in viaggio in Arizona. Un “mancamento” mi aveva stesa tra i corridoi dell’outlet lasciandomi in qualcosa di simile ai postumi di una sbronza.

La stessa vertigine di una “sindrome di Stendhal” da shopping al cospetto del meticoloso assortimento che ogni merce e capo declinava in forme, colore, design e materiali, mi aveva colto pure da Barnes & Noble. Qui non erano le cento silhouette dei jeans, i mille accessori da computer e da hi fi o l’incredibile quantità di fogge di pentole che mi avevano aggredito all’outlet, ma le grandiose e sensibili mutazioni che ogni reparto di libri offriva sugli stessi argomenti.

L’America era davvero il “paradiso della scelta”. Una sterminata possibilità che finiva per tramortirmi.

Nella mega-libreria uno scafale mi offriva una copertina in cui ordinate file di marmellate e condimenti (non so dire con quante variabili di gusti e aromi) incorniciavano un titolo The Paradox of Choice. Il paradosso della scelta. Il libro che mi ci voleva. Per non lasciarmi sopraffare, comperai sia l’audiolibro sia il volume cartaceo. La parole di Barry Schawartz, docente di teorie sociali noto negli Usa, furono la colonna sonora del mio viaggio. Il cartaceo mai sfogliato sul sedile e l’audio-libro che si alternava alle note dei Calexico: tre cd di fusion tra jazz, rock, e tex-mex. Tutta la produzione della band al momento.

Indecisa? Incapace di scegliere?

Capirete quindi perché al Festival dell’economia di Trento appena ho letto che Renata Salecl, psicanalista e criminologa slovena con cattedre a Londra e a New York, avrebbe parlato della Tirannia della scelta mi ci sono fiondata mezzo’ora in anticipo. E in prima fila.

Vorrei porre qui la “questione della scelta”.
Per dirla come recitava il titolo dell’incontro: Più scelta equivale a più libertà?

E per dirla in modo pratico:

Quando ci troviamo davanti a cento sfumature di un prodotto, come scegliamo la migliore? E come ci comportiamo con l’ampia gamma di comportamenti, azioni, idee?

 

Sulle logiche bizzarre che ci guidano nelle scelte mi aveva dato qualche spunto, lo scorso giugno, lo speech alla Ted Conference di Sheena Iyengar, psicologa e ricercatrice. Iyengar è cieca e tra analisi, esperimenti e ricerche racconta la situazione in cui lei, non vedente, deve scegliere  lo smalto da unghie  tra due sfumature di rosa. Esilarante e fulminante

 

Ora, non perdiamoci nel processo al consumismo. Ne conosciamo meccanismi e critiche. Vi chiederei di soffermarvi sui materiali che in genere colleghiamo ai post, giusto perché la lettura non sia un’ennesima azione di consumo. Su scelte, incongruenze e fatiche delle scelte aveva messo l’accento anche 64titti commentando il post di Paola Di Caro Come far capire ai figli che alla mamma lavorare piace. Mi pare che scelte, paradossi e tirannie siano paradigmi con cui abbiamo a che fare ogni giorno. Vale la pena di approfondire. A spunto vi propongo le tesi di Schwartz e della Salecl.

Schwartz (lo potete ascoltare nel video) e la Salecl mettono in discussione un’idea che sembrerebbe una conquista: più possibilità di scelte si hanno, più si è liberi. E più si è liberi, più si è felici.

Il paradosso di Schwartz è questo: avere tantissima scelta vuol dire non averne nessuna. La tirannia della Salecl è pure peggio. L’abbondanza di scelte ci rende angosciati, inadeguati e colpevoli, ciechi e ignari.

Il punto è, secondo Schwartz, che se disporre di una vasta gamma di possibilità è meglio di non averne, superato un certo limite l’abbondanza e soprattutto l’abbondanza di scelta può avere l’effetto opposto. Raccontando paradossali situazioni in un camerino dove prova un numero imprecisato di calzoni, al supermercato tra 230 zuppe, 75 te freddi e 6 milioni di diverse combinazioni di supporti audio, Schwartz sostiene che troppa scelta genera enormi aspettative. I calzoni che, dopo un’ora di prova, ha acquistato non sono perfetti. O perlomeno, non sa se sono meglio di altri. Di certo non sono così perfetti rispetto a come aveva immaginato i “suoi” calzoni provando, provando e provando. Forse aveva sbagliato scelta?

Dopo qualunque faticoso processo, la scelta sarà insoddisfacente rispetto alle aspettative, sostiene. “La “libertà” di consumo di cui gode la civiltà occidentale”, dice “ci ha resi più insoddisfatti, perché a ogni scelta corrisponde il rammarico per le opzioni scartate”. Morale: “Ogni mattina dobbiamo decidere chi siamo. Non ereditiamo più una identità. Non sosteniamo i figli nel formarsela”.
Schwartz, nel video, mostra una vignetta in cui i genitori dicono: “Non sforziamoli, sceglieranno il loro sesso al momento giusto”. Non scandalizzatevi, Swhartz è paradossale . E dal paradosso arriva alla sua tesi finale:

“L’abbondanza di scelte non offre più valore ma crea insoddisfazione e paralisi anziché libertà”.

Per Renata Salecl siamo ossessionati dalla libertà di scegliere. Si chiede:

“Ma chi diventiamo quando tutto è facoltativo?”

Pure la psicanalista slovena si focalizza sull’identità che si liquefa nell’illusione di un eterno presente in cui il futuro attende solo di essere creato. Sotto il nostro controllo, grazie alle nostre scelte. Ma avete presente come ci si sente davanti ai piani tariffari degli abbonamenti telefonici o di internet? Carriere, relazioni, ammennicoli di consumo, decisioni di fare figli o meno, desideri di raggiungere vette immaginarie di godimento, di piacere, di amore sono diventati un gigantesco “piano tariffario”. Frustrante.

Talmente occupati a scegliere tra le tante opzioni che si finisce per essere confusi dalla paura di non fare la scelta giusta oppure tesi a ottenere spettri più ampi di scelta. Ne La tirannia della scelta (Laterza) sostiene che pure in momenti di crisi economica lo “scafale del supermercato” è radicato nel nostro immaginario imponendoci di arrivare alla perfezione. E la tensione verso la perfezione genera ansia. E in crisi ci andiamo noi. Ciechi ai limiti che in realtà lo stesso sistema che offre tante scelte impone.

La premessa di Renata Salecl è che uno dei trucchi del capitalismo è stato creare “una società in cui l’individuo non critica il sistema perché troppo impegnato a criticare se stesso”. Per lei, “l’ideologia del tardo capitalismo” insiste a gran voce che si debba scegliere stili di vita, amanti e destini in un sogno impossibile di totale “padronanza di sé”.

E come funziona tutto ciò: le cose sono diventate così centrali nelle nostre vite che le usiamo per definirci. La nostra personalità si rispecchia in ciò che indossiamo o usiamo. Liberi di rappresentarci? Liberi di essere? No, l’ansia di non esser abbastanza bravi ha pacificato le persone. E in quest’ansia ci si spende tutta l’opportunità che le scelte ci offrirebbero.

La Salecl sostiene che “per quanto la scelta possa sembrare una questione individuale, il modo in cui scegliamo è legato alle relazioni che formiamo con gli altri e a come pensiamo ci vedano”. Scegliamo seguendo il socialmente accettabile. Vale per la ruga, l’abito, persino per le idee controcorrente. C’è sempre una corrente a cui ci si adegua.

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A Trento (a sinistra l’audio in italiano dell’intervento al Festival dell’Economia) Renata Salecl, con le sue belle unghie smaltate, gli orecchini rossi su un abito nero che ben giocavano col biondo che le incorniciava il viso, parlava al plurale, sostenendo che le donne, in particolare, sono spinte a entrare in quest’ansia da “adeguamento”, sia rispetto ad amori e amicizie, sia rispetto al tubino da indossare a un matrimonio, alla festa di compleanno degli amichetti del pupo. E sia rispetto ai canoni su cui adeguiamo il nostro fisico, sia nelle situazioni che contano

La sua conclusione è che, così preoccupati per la scelta giusta, si è fermi al palo della tensione individuale perdendo di vista le cause strutturali che varrebbe la pena di combattere collettivamente. La tirannia della scelta sfarina la collettività. E porta a una mancanza di orizzonti collettivi, tema che anche il Censis ha individuato tra le patologie della società italiana nella sua ultima indagine La crescente regolazione delle pulsioni e su cui sta organizzando alcuni incontri che vanno sotto il titolo Fenomenologia di una crisi antropologica.

E voi come vivete le scelte? Appartenete al genere degli ambivalenti e indecisi, come ha raccontato Viviana Mazza in un suo articolo sul Corriere? Vi lasciate paralizzare dalla quantità di opzioni? A quel punto vi monta l’ansia?
Avete superato l’ansia individuale per una ragione collettiva?