Questo sito contribuisce all'audience di

Così nascono i condomini del risparmio

di Posted on
Condivisioni

Ci si unisce per comprare un palazzo, ristrutturarlo e viverci. il fenomeno, del “cohousing”. Da Torino a Milano, viaggio nell’Italia che ha deciso di coabitare

Allora, ci siamo. Dopo mesi di trattative pare che l’incastro sia stato finalmente trovato. Paolo e Alessandra prenderanno gli appartamenti al pianoterra insieme a Bruna. Ludovica ed Elena staranno invece al primo piano, Chiara e Matteo su nella mansarda, dalla quale si vede il mercato di Porta Palazzo e il padiglione di vetro disegnato da Fuksas. Le riunioni sono state estenuanti, ma il gruppo ha tenuto, e alla fine l’assegnazione delle case e’ diventata quasi un gioco. Ad incastro, naturalmente. Nome in codice “Tetris”: come trovare la formula di coabitazione perfetta tra due famiglie, tre ragazze single e una madre con due figli. Un piccolo condominio solidale, anzi il primo esempio di cohousing metropolitano in Italia, il concetto delle comuni anni Settanta rivisitato ai tempi della crisi e della societa’ post-ideologica.

L’appuntamento e’ in via Cottolengo 4. L’indirizzo giusto per chi sogna di sovvertire un modo di convivere fatto di isolamento e diffidenza scherza Paolo Sanna, progettista trentenne di origini sarde. Nella borsa a tracolla ha tutte le planimetrie presentate in agosto al Comune dalla cooperativa Numero Zero. Ci chiamiamo cosi’ perche’ siamo un progetto pilota e perche’ tra di noi ci cantiamo la canzoncina “Via dei Matti Numero Zero”. La vecchia casa di ringhiera dell’Ottocento, stretta tra negozi di kebab e bancarelle etniche, e’ davvero “senza soffitto e senza cucina”.

La cancellata si apre a fatica, a terra ci sono vetri rotti, pezzi di legno. Paolo indica il cortile, ora desolato, e gia’ lo immagina tra un anno, quando la palazzina di tre piani e quasi 600 metri quadrati dovrebbe essere pronta. Sara’ il nostro centro di gravita’. Vorremmo renderlo vivo, verde, popolato dalle grida dei bambini: tutto il contrario di quei cortili d’asfalto in cui e’ affisso un cartello che vieta giochi e schiamazzi. In uno dei locali all’ingresso, la cooperativa vuole creare un nido di quartiere. La prima iscritta e’ la piccola Giulia, figlia di Paolo e Alessandra, che ha quasi un anno. Ci saranno anche due spazi lavanderia, una cantina comune per il vino, un forno per le cene condominiali sul grande terrazzo, un laboratorio per il bricolage dove i piu’ abili aiuteranno i maldestri.

Scordarsi le comunita’ hippie di un tempo, le notti insonni passate a immaginare grandi rivoluzioni. Oggi e’ gia’ una conquista mettere insieme piu’ utenze della luce per ottenere dal gestore un contratto piu’ conveniente, o superare la “sindrome dell’ascensore”: quegli interminabili minuti di silenzio quando si e’ costretti a fiancheggiare un vicino con un algido buongiorno, buonasera. In gergo, si chiama cohousing, appunto. qualcosa di molto di piu’ rispetto al tradizionale condominio, dove ognuno e’ trincerato all’interno del suo appartamentino, e qualcosa di meno di una comunita’ stile anni Settanta dove a legare tutti i membri e’ la condivisione profonda di un progetto di vita racconta Matthieu Lietaert, ricercatore all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. La sua guida Cohousing e condomini solidali, pubblicata due anni fa da Terra Nuova Edizioni, e’ diventata la bibbia di questo movimento nato nel Nord Europa e che si sta espandendo anche in Italia, da Treviso a Roma, da Milano a Bologna, con lo slogan “Scegli il tuo vicino”.

la filosofia del “living together”, celebrata dal settimanale Newsweek in un’inchiesta che mostra come molti giovani americani abbiano reagito alla crisi economica e immobiliare andando a vivere insieme. Non un’utopia, ma un calcolo preciso. I gruppi di cohousing creano economie di scala su molte voci abitative. L’acquisto di un immobile diventa piu’ conveniente su grandi superfici, cosi’ come i lavori di ristrutturazione, e gli acquisti di ogni genere – dai mobili alla spesa – vengono fatti all’ingrosso. Il risparmio complessivo per le famiglie puo’ essere di almeno il 15% alla fine di ogni mese. Ma l’aspetto piu’ interessante e’ soprattutto immateriale. la creazione di quei servizi sociali che non vengono garantiti dal welfare spiega Mimmo Tringale, direttore della rivista Terra Nuova, punto di riferimento di queste nuove comunita’. In alcuni casi, ad esempio, sono previste fasce orarie per tenere insieme i bambini di piu’ famiglie, oppure garantire assistenza alle persone piu’ anziane. Altre volte, vengono organizzati percorsi di car sharing fino ai rispettivi luoghi di lavoro.

Oltre il cavalcavia a nord di Milano, nell’ex quartiere operaio della Bovisa, Matteo e Barbara stanno aprendo gli scatoloni. Da pochi giorni, sono state consegnate le prime case di Urban Village, progetto di cohousing in una vecchia fabbrica di barattoli riadattata con il patrocinio del Politecnico. Vivevamo nella chinatown di via Paolo Sarpi, in un piccolo bilocale racconta Matteo, 35 anni. Sono stato conquistato dall’idea di un vivere alternativo. Anche Maria, consulente editoriale e insegnante di canto, si e’ trasferita alla Bovisa per cercare una convivenza piu’ ricca d’anima. Poi ci sono Lorenzo, 30 anni, titolare di una piccola societa’ di software, Floriana che lavora in una cooperativa sociale. Nessuno dei trentadue nuclei familiari del “villaggio” si conosceva prima. Tutti i futuri “coabitanti” si sono incontrati tramite il sito cohousing.it, che conta gia’ 4.500 iscritti.

Formare un condominio elettivo richiede tempo e competenze racconta Nadia Simionato dell’agenzia Cohousing, che ha creato Urban Village. Ai nuovi inquilini resta da decidere come sara’ il giardino che si vede dalle balconate degli appartamenti. la discussione del momento nelle assemblee. Abbiamo dato incarico a un agronomo di studiare un’area per la coltivazione di odori e aromi che tutti i cohousers potranno usare continua Simionato. In comune anche la lavanderia, il deposito biciclette, un gruppo d’acquisto per la spesa, la terrazza con barbecue e piscina scoperta. L’agenzia milanese ha in cantiere alla Bovisa un’altra comunita’ concepita per i minori di 36 anni. Si chiama Residance, e’ realizzata insieme al Comune, sara’ inaugurata in primavera. Canone di 10 euro al metro quadro. Al progetto hanno aderito piu’ di 250 “anti-bamboccioni”, come chiamano ironicamente gli inquilini di Residance. Siamo stati costretti a creare una lista d’attesa spiega Simionato. Quando si stabiliscono nelle case, gli inquilini firmano un “protocollo” che stabilisce diritti e doveri. Sara’ anche un “vicinato elettivo”, ma il rischio di cadere nel classico litigio di condominio e’ in agguato. Le regole sono indispensabili aggiunge Simionato.

A Torino hanno studiato una ricetta diversa. Noi vorremmo fare solo un piccolo regolamento interno, improntato al buon senso risponde Paolo Sanna, convinto che il cohousing debba venire dal basso e non essere appaltato a consulenti tecnici. Stiamo facendo molta fatica ma e’ parte del gioco. L’unico istituto che ha accettato di finanziare il progetto della cooperativa torinese – il costo totale supera il milione di euro, tra acquisto e ristrutturazione – e’ stata la Banca Popolare Etica, mentre per le procedure pubbliche e’ venuta in aiuto l’agenzia comunale The Gate che si occupa della riqualificazione di Porta Palazzo, lo storico quartiere dell’immigrazione extracomunitaria a Torino. La piccola comunita’ di via Cottolengo si e’ formata due anni fa, all’interno dell’associazione CoAbitare, per mettere in pratica i risultati di una ricerca del Politecnico di Milano su Vissuto e immaginario dell’abitare. L’indagine ha mostrato che il 43% dei milanesi non vorrebbe lasciare la citta’, ma non conosce i propri vicini di casa (40%) e vorrebbe vivere in un quartiere vero, con il panettiere, il macellaio, una piazza. Le comuni degli anni Duemila sembrano un semplice ritorno al passato. Dice il progettista di Numero Zero: Un nuovo modo di vivere vecchio come il mondo. Bastava pensarci.