La dipendenza dai social non si vince nei tribunali

Le condanne di Meta e Google perché creano dipendenza, segnano una svolta. Ma per cambiare il paradigma bisogna partire dai genitori, più che dai figli

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Le due sentenze americane (tribunali della California e del New Mexico) che condannano i giganti del web Meta e Google a multe milionarie con l’accusa di impostare l’uso delle piattaforme social per creare dipendenza, specie tra i giovanissimi, e rubare dati privati e personali, aprono una nuova pagina nel rapporto tra noi e la tecnologia.

Ancora una volta l’America fa da apripista, attraverso il potere giudiziario, nel mettere nell’angolo poteri forti che incidono pesantemente sulla salute dell’uomo e sugli stili di vita. Si ripete quello che abbiamo visto a proposito del fumo e dei pesticidi, e già adesso ci sono migliaia di cause in 30 stati americani dove le piattaforme web sono chiamate a rispondere di reati che mettono in discussione il loro modello di business. Proprio come nel caso del fumo, qui è in discussione la capacità dei social, tutti i social, di creare dipendenza e diventare così nocivi. Negli anni Novanta, quando sul banco degli imputati salirono colossi come Philip Morris e R.J. Reynolds, l’accusa era che le sigarette non erano semplicemente pericolose, ma erano progettate per creare dipendenza. Esattamente ciò che oggi viene contestato ai social.

L’onda lunga della giustizia americana, e questo dobbiamo dirlo, esercita una sorta di supplenza nei confronti del vuoto della politica che da anni, in America come nel resto del mondo, non riesce (e non vuole) ad arginare lo strapotere della tecno-finanza, i cui tycoon sono i veri “padroni del mondo”.  Se ha fatto scandalo, vederli in fila indiana, baciare la mano a Donald Trump quando si è insediato alla Casa Bianca in segno di sottomissione, con l’evidente contropartita di non essere disturbati, non possiamo dimenticare che durante la presidenza di Barack Obama i top manager delle società high tech sono stati al centro delle sliding doors: entravano e uscivano dalle stanze del potere politico in un quotidiano e palese conflitto di interessi. Quello che non ha fatto la politica, arginare lo strapotere delle piattaforme web, creare le condizioni per ridurne la potenza come strumenti che creano dipendenza, adesso provano a farlo i giudici dei tribunali.

Intanto le ricerche scientifiche non fanno altro che ribadire due cose fondamentali. Questa dipendenza, blindata dall’azione degli algoritmi, è più nociva dell’alcol e della droga per alcuni tipi di patologie. Dal 2012, l’anno di inizio del boom dei social, negli Stati uniti i casi di grave depressione tra i giovanissimi sono aumentati del 150 per cento, e i suicidi del 91 per cento. Che cosa altro dobbiamo aspettare per certificare i danni delle dipendenza dai social? La seconda cosa è che la tossica dipendenza creata dalle piattaforme è insita nella loro attività: non  possono farne a meno.  Quando Mark Elliot Zuckerberg si presenta nell’aula di Los Angeles con il capo cosparso di cenere e dice  <Non abbiamo fatto abbastanza per arginare la dipendenza> , mente sapendo di mentire. La verità è che lui, come i suoi colleghi, non possono fare nulla di concreto per fermare la dipendenza, in quanto metterebbero a rischio ricavi e profitti. D’altra parte abbiamo capito che bel tipetto è il geniale Zuckerberg,  già noto nella Silicon Valley  come «il killer della privacy».

La valanga di sentenze che arriverà dai tribunali americani, con una raffica di class action a favore dell’accusa, contribuirà a dare una spinta a una legislazione restrittiva sull’età dalla quale poter partire per usare i social, ed è molto probabile che il format introdotto in Australia (con il divieto fino ai 16 anni) sia destinato a diffondersi in molti altri paesi, sebbene questi paletti non sono facili da impiantare senza una collaborazione reale da parte delle piattaforme.

Sentenze, leggi, divieti: ma possiamo davvero illuderci di risolvere, o almeno affrontare, il problema della dipendenza dai social network attraverso la via giudiziaria e legislativa, che pure ha la sua utilità? Una risposta a questa domanda arriva da un paio di dati: un quinto della popolazione adulta in Italia si considera dipendente da Internet. E il 63 per cento deve accendere lo smartphone appena svegli, per  controllare i messaggi sui social. Possiamo quindi concludere che i genitori, in fatto di dipendenza, stanno peggio dei figli.

E qui veniamo al cuore del problema. Sentenze e leggi ci possono aiutare, ancora una volta il precedente del fumo è istruttivo, ma hanno bisogno di una base  solida che riguarda i nostri stili di vita, e il in generale il nostro rapporto con la tecnologia. Non possiamo chiedere a figli e nipoti di fare ciò che noi non riusciamo a fare: liberarci da questa dipendenza. Sono significative in proposito le immagini delle famigliole che in treno, o al ristorante, si siedono e non fanno altro che restare tutti incollati allo smartphone per smanettare sui social. Chi è più intossicato? Il padre, la madre o i figli? Smartphone e social, perché parliamo di stretti sinonimi, hanno bisogno di essere usati con la massima libertà, ma anche con una buona dose di contagiosa responsabilità. E hanno bisogno di un nuovo galateo, che preveda anche una serie di momenti (alcune ore della giornata) e di luoghi (per esempio la tavola apparecchiata) completamente digital free. La famiglia ha un ruolo fondamentale in questo cambio di paradigma, e ognuno ha una funzione da esercitare. Un altro cardine in questo schema da disintossicazione social, è la scuola. Dopo gli anni della sbornia tecnologica, quando si voleva eliminare tutto (carta, libri, quaderni) per concentrarsi sull’uso degli apparati tecnologici, si è innescata una marcia indietro forse troppo rigida, con una serie di divieti: ma non sarebbe meglio che la scuola, all’interno dei programmi di Educazione civica, spieghi agli alunni come possono vincere il loro braccio di ferro con la tecnologia, e diventare dominus, non schiavi dello smartphone e dei social?

La partita che stiamo giocando con la dipendenza dai social è vitale, e apertissima: non è vero che dobbiamo considerarla persa, c’è tutto il tempo per recuperare. Basta avere la lucidità di non pensare che possiamo vincerla a colpi di leggi di sentenze dei tribunali.

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