Da questi studi emerge che il learning by doing, l’imparare facendo di deweyiana memoria, magari introiettato attraverso i videogiochi, prepara il cervello alla soluzione di problemi via via più complessi, ed è quindi una risorsa preziosa per l’educazione. Lo si vede bene nei test Ocse-Pisa. I ragazzi che fanno uso delle tecnologie informatiche tendono ad avere risultati migliori, non tanto per il vantaggio tecnologico in sé, ma per il tipo di abilità "aperte" che sono in grado di sviluppare. Mentre i 45enni tendono ancora a usare internet come una megaenciclopedia da consultare, a mano a mano che si scende con l’età, l’uso diventa sempre più attivo e interattivo. Ma è solo un dato sociologico. Gli studi sul cervello mostrano che non ci sono scuse che tengano: a nessuna età si è inadatti alle diverse opportunità cognitive emergenti dai nuovi media. Anche i compiti cognitivi svolti per la prima volta in età adulta producono configurazioni neurali nuove, e modificano fisicamente il nostro cervello.

Come nota Paolo Ferri in Nativi digitali (in uscita per Bruno Mondadori), è paradossale che oggi la sintesi più completa degli studi su neuroplasticità e "intelligenza digitale", dispersi in vari ambiti del sapere, sia contenuta nel testo dell’"apocalittico" Nicholas Carr, The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains (in uscita per Cortina), secondo cui internet ci rende sempre più superficiali e inadatti alla lettura approfondita di tipo gutenberghiano. Una tesi condivisa da Frank Schirrmacher in La libertà ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale (Codice), che a sua volta si rifà a Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (Vita e pensiero). Durante la lettura i neuroni "rallentanti" posticipano di pochi millesimi di secondo la trasmissione neuronale da altre cellule nervose.

Quanto basta per ordinare le informazioni e creare visioni d’insieme e riflessività utili all’approfondimento e allo sviluppo del pensiero. Che scomparirebbe invece, secondo gli apocalittici, durante il multitasking – l’attitudine a compiere più operazioni contemporaneamente, sollecitata dalla lettura sul web – che attiverebbe solo le parti più primitive del nostro cervello. In internet, scansionando il flusso informativo per rilevarne cambiamenti significativi ed esponendoci a stimoli multipli, perderemmo così la capacità di focalizzare l’attenzione. L’uso della rete in effetti favorisce più lo sviluppo della visione periferica, più adatta a indentificare movimenti e forme, e meno della visione foveale, tipica della lettura di libri stampati.

Ma in realtà – osserva Henry Jenkins in Culture partecipative e competenze digitali (Guerini) – «multitasking e attenzione non dovrebbero essere viste come forze opposte tra loro. Dovremmo, piuttosto, pensare a esse come abilità complementari, entrambe usate dal cervello in modo strategico per affrontare in maniera intelligente i limiti della memoria a breve termine». Nella storia umana, del resto, siamo stati sia «contadini», cui è necessaria un’attenzione focalizzata, sia «cacciatori», capaci di «scansionare un territorio complesso alla ricerca di segni e indizi per capire dove le sue prede siano nascoste». «Per secoli, le istituzioni scolastiche sono state strutturate per creare "contadini"», osserva Jenkins. Oggi, invece, occorre dirigersi Verso un’intelligenza digitale sempre più matura e avvertita, per dirla con Antonio Battro e J. P. Denham (Ledizioni), che offrono una ulteriore chiave di lettura delle nostre capacità di base, la cosiddetta «opzione click».

Perché ci è così naturale premere pulsanti, o aprire e chiudere manopole o circuiti elettrici? Questa "abilità digitale" – di tipo pragmatico, che nulla ha a che vedere con la più astratta matematica binaria che fa funzionare i computer – getta le sue radici nella storia evolutiva dell’uomo, è una risposta ai problemi di sopravvivenza e riproduzione affrontati nel Pleistocene. È un’opzione sì/no che ci è familiarissima fin da quando veniamo allattati. Anche un bambino che non sa né leggere né scrivere può attivare un collegamento ipertestuale e muoversi all’interno degli ipertesti attraverso una semplice serie di click, esplorando ambiti conoscitivi e pratici per mezzo di decisioni elementari.

Ogni ulteriore intelligenza digitale parte da lì. Da una facoltà condivisa con primati e altri animali, da adulti e da bambini che si attaccheranno sempre più volentieri al mouse a scapito del ciucciotto. E che saranno pronti ad usarlo per aprire nuovi mondi, affrontare sfide e inediti problem solving, continuando a rimodellare il proprio cervello per i cent’anni che si aspettano di vivere. Ineffabili, inafferrabili per i nostalgici di inesistenti età dell’oro cognitive, o per i predicatori di imminenti apocalissi.