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La foto di Amal, la bambina yemenita in pelle e ossa, morta di fame a 7 anni, urla alla nostra coscienza. E ci chiama per nome: vigliacchi

L'Onu ha fissato per il 2030 un obiettivo chiaro: azzerare la fame, che nel mondo colpisce innanzitutto bambini e poveri. Ma intanto ogni giorno 8mila bambini muoiono di fame, e noi gettiamo nella spazzatura, solo a casa, 110 chili di cibo all'anno

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BAMBINI CHE MUOINO DI FAME NEL MONDO

Amal Hussain è morta a solo 7 anni. Di fame. L’immagine della bambina yemenita è stata scattata dal fotografo americano Tyler Hicks che in compagnia del giornalista Declan Walsh, ha raccontato ai lettori del New York Times la fame e la guerra, due tragedie che quasi sempre sono abbinate, nello Yemen. Una foto inguardabile per la sua macabra durezza, un manifesto dell’orrore contemporaneo scolpito in un corpo ridotto a pelle e ossa e in una faccina girata, di una bimba che non riesce a fissare  neanche un obiettivo e allunga l’occhio spento verso il baratro della morte, la sua morte. Nel pubblicare la fotografia che ha fatto il giro del mondo, i responsabili del giornale scrivono: “Molti lettori sentiranno il bisogno di distogliere lo sguardo, altri saranno indignati e pretenderanno di sapere il motivo per il quale pubblichiamo la foto. Ma noi vi chiediamo di guardare, questo è il nostro lavoro per testimoniare e dare voce a quelle persone che altrimenti sarebbero abbandonate e dimenticate. Guardare per sapere, e per conoscere la realtà di una tragedia che non è nata da un disastro naturale”.

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AMAL BAMBINA YEMENITA

Guardare per sapere. È quello che chiediamo anche noi ai lettori di Non sprecare, consapevoli della brutalità di una fotografia che però non ci parla solo di una guerra dimenticata, di un paese isolato dall’attenzione della comunità internazionale e devastato dalla politica assassina dei signori della guerra (in Yemen, nelle altre nazioni della regione, nel mondo), di un silenzio su un conflitto che va avanti da tre anni. No, Amal urla direttamente a noi, ci definisce vigliacchi anche se non riesce a guardarci, nell’attimo che precede il suo sacrificio, e ci sbatte sul muso tutti gli 8mila bambini che ogni giorno, nel mondo, muoiono di fame. Non sopravvivono a un menù quotidiano fatto, se tutto va bene, di tozzi di pane secco bagnati in acqua fetida: soltanto nello Yemen di Amal, i minori in queste condizioni sono un milione e 800mila.

La bambina immortalata sul suo patibolo ci dice quanto lo scandalo del cibo, in una latitudine del mondo manca, in un’altra viene sprecato, sia il più grande e il meno combattuto della nostra cività. Una vergogna che grida vendetta alla nostra coscienza, alla nostra impotenza, all’incapacità di reagire al virus dello squilibrio del pianeta globalizzato. Noi occidentiali, italiani in testa, viviamo nel culto religioso del cibo, lo abbiamo trasformato in una divinità, che mescola affari e stili di vita, speculazione e ossessioni, tradizione e modernità, piacere e paranoia. Non parliamo che di cibo, non facciamo altro che inseguire il cibo, un’infinita corsa anche verso il suo spreco. Mentre il cibo è diventato l’alfa e l’omega dei nostri interessi, anche i più intimi, un terzo del suo totale, per un valore di 750 miliardi di euro, ogni anno, nel mondo, finisce nella spazzatura. Una cifra con la  quale si potrebbero sfamare 800 milioni di bambini come la piccola Amal. Uno spreco che striscia come un serpente lungo tutta la catena del cibo, dalla produzione fino alla nostra tavola. In Italia, dove pure abbiamo fatto importanti passi avanti nella lotta contro lo spreco del cibo, ognuno di noi, in media, continua a buttare nel cestino della spazzatura 110,5 chilogrammi di cibo perfettamente commestibile, ogni anno. E il rito dello spreco si ripete ogni giorno nell’ottuso e complice silenzio della nostra intimità domestica.

MORIRE DI FAME

Non finiremo mai di ripetere che la relazione tra il cibo che manca e quello che si spreca, tra l’assurdità della fame e lo scandalo dell’indifferenza, è strettissima. Non esistono alibi che impediscono di contrastare questo squilibrio, e la tecnologia offre qualsiasi risposta a tutti i problemi di distanza, per esempio tra Nord (dove si spreca) e Sud (dove si crepa) del mondo. Se non fosse così, dovremmo pensare che i governanti dei paesi dell’Onu siano dei grandi bugiardi seriali, degli ubriaconi, e dei cinici personaggi della tragedia che diventa farsa, capaci di truccare qualsiasi numero, annunciandolo anche quanto è sicuramente falso. Sono loro, siamo noi, cittadini dell’universo Onu che abbiamo scritto tra i 17 goal dell’Agenda 2030, quelli che sono alla base della linea editoriale di Non sprecare, anche l’obiettivo di azzerare la fame nel mondo, che colpisce innanzitutto poveri e bambini.

Avete capito bene: azzerare. Ma a poco più di dieci anni dal traguardo, l’obiettivo si allontana ogni giorno di più, l’ipocrisia avanza e con essa la sua rivelazione. Circa 800 milioni di persone nel mondo non hanno da mangiare, e tra loro ci sono anche quegli 8mila bambini che ogni giorno per la mancanza di cibo soffocano nel senso letterale della parola, E tra loro c’era anche Amal. Lo spreco di cibo è l’altra faccia del problema del cibo nel mondo, ne denuncia la cattiva e ingiusta produzione, ne sottolinea la distribuzione orientata solo a fini produttivisti e scolpisce quanta morte possono seminare l’indifferenza e l’impotenza degli uomini quando questi due fattori mortali si mettono insieme in modo propulsivo. Insieme valgono la più pesante sconfitta dell’umanità, un olocausto che non è storia, ma cronaca.

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Nelle generazioni precedenti, quelle che non erano accecate dall’opulenza, il cibo non ha mai dissociato ciò che è utile da ciò che è sensato. Con lo spreco il binomio si è sciolto. Quando a tavola si diceva a figli e nipoti “Non lasciare avanzi nel piatto, pensa ai bambini che muoiono di fame…”, forse con rituale paternalismo, forse con bonaria buona fede e sentimentalismo, si cercava comunque di reggere una relazione tra l’eccesso e la fame, il troppo e il nulla, lo spreco e la morte. Almeno si gettavano i semi che germogliano in coscienze, si educavano generazioni, si lanciavano messaggi e segnali che poi in qualche modo restavano attaccati al corpo vivo e alla testa delle persone. Adesso anche questo messaggio da piccolo galateo familiare è sfumato, sotto la valanga bulimica del cibo che deve essere comunque tanto, diverso, cucinato in modo sempre più sofisticato e attraente. Siamo pazzi di ricette, le scambiamo e le ricerchiamo come se fossero l’elisir della lunga vita, e ancora di più ci piacciono quando sono accompagnate da belle immagini. Per oggi, cari lettori, incassate il pugno nello stomaco della foto di Amal. E siamo sicuri che da domani lo spreco e la fame, due storie in una intitolata Il cibo non per tutti, li guarderete con occhi diversi.

La foto è tratta dal profilo Twitter de The New York Times.  

CREDIT: Tyler Hicks/The New York Times

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