Rimuginare è molto faticoso. Impegna a lungo non tanto il fisico, quanto il cervello, sottoposto alla pressione di pensieri ripetitivi e negativi. Quando si rimugina la memoria del cervello resta impegnata nello sforzo, e non c’è spazio per concentrarsi sulle cose che davvero bisogna pensare, fare e mettere all’ordine del giorno. Una forma di ostruzionismo, con un enorme dispendio di energie, e infatti le persone che tendono a rimuginare con frequenza, dopo qualche ora sentono svuotate e stanche, come se avessero fatto un’attività sportiva molto impegnativa.
Una meta-analisi del 2021, dopo avere esaminato 41 studi per un totale di 10.607 partecipanti, è arrivata alla conclusione che il rimuginare è un’attività della mente fortemente associata alla depressione. Chi non riesce a liberarsi di questa tendenza, ne diventa poi prigioniero, come una droga, in una forma di circolo vizioso tra rimuginio e depressione: i pensieri si presentano, e non sono controllabili, e ne alimentano altri, sempre più negativi, anche quando vorremmo che sparissero. Normalmente un’emozione spiacevole tende a diminuire con il tempo. Se invece si continua a ripensare agli stessi problemi (“Perché è successo?”, “Perché mi hanno ingannato?”, “Perché sono fatto così?”), il cervello riattiva continuamente gli stessi contenuti emotivi. In pratica, l’emozione viene alimentata anziché lasciata attenuare, e la relazione è bidirezionale: la depressione favorisce il rimuginio e il rimuginio, a sua volta, può alimentare la depressione.
Rimuginare produce ansia e stress, e tutto è sempre collegato allo sforzo fatto dal cervello. Di fronte a una presunta minaccia, rappresentata dal pensiero ossessivo e negativo, il cervello cerca di valutarne la fondatezza, e a fronte di una tensione muscolare che aumenta e di un battito cardiaco che accelera, alla fine non resta che il dispendio delle energie spese.
A fronte dei danni che lasciano tracce, rimuginare non presenta alcun vantaggio concreto. Anzi. Allontana la possibilità di risolvere un problema ed esaspera i rapporti personali. Il rimuginio blocca sulle domande, e non attiva le soluzioni, tutto diventa più astratto e meno costruttivo. la nebbia avvolge i pensieri di chi rimugina, al punto che si finisce per girare a vuoto con i propri pensieri. Quando si rimugina si smarrisce qualsiasi senso dell’autocritica ed evapora la leggerezza, mentre l’attenzione si sposta su errori, rifiuti, critiche. Di e verso altri, mai di verso di noi, che attraverso il rimuginare ci proteggiamo con una forma di immunità.
L’unica nota positiva in questo quadro non certo esaltante è che rimuginare è un’attività del cervello che possiamo sempre interrompere, se non smettere definitivamente. Non servono terapie e analisi da strizzacervelli, ma innanzitutto forme di attività a qualsiasi livello, fisico e mentale. Qualsiasi sport fatto bene, a partire dal nuoto, aiuta a riflettere (un’attività del cervello opposta al rimuginare, in quanto si abbina spesso a pensieri positivi e costruttivi), come una bella passeggiata all’aria aperta e qualche esercizio di meditazione.
Poi il rimuginare si affronta a viso aperto, senza sperare di rimuoverlo in modo passivo, come se il cervello potesse stancarsi e rifiutarsi di chi chiudersi nel rimuginio. Il guanto della sfida sta nell’agire, nel fare, nel non sprecare tempo con i pensieri, nell’accettare l’incertezza (con i suoi rischi) ma trasformandola da rischio in opportunità. E infine forse è il caso di farsi una domanda: “Ma dopo che ho rimuginato sto meglio o peggio?”. Dalla risposta dipende anche la nostra reazione.
Leggi anche:
- Quando il rimpianto diventa uno spreco inutile di energie e tempo
- La nostalgia è dolce e piacevole, ma può diventare un veleno
- Danni e pericoli del rancore
Vuoi conoscere una selezione delle nostre notizie?
- Iscriviti alla nostra Newsletter cliccando qui;
- Siamo anche su Google News, attiva la stella per inserirci tra le fonti preferite;
- Seguici su Facebook, Instagram e Pinterest.

