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Nucleare, citta’ popolate e Ogm. Il credo di una eco-pragmatista

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ENERGIA nucleare, città densamente popolate, colture Ogm. Il futuro della civiltà secondo Stewart Brand si gioca sullo sviluppo di stili di vita e tecnologie che, studi alla mano, potrebbero contenere i danni innescati dai cambiamenti climatici già in corso. Brand, classe 1938, è una delle icone del movimento ecologista americano: fondatore e editore della rivista The Whole Earth Catalog, diffusissima negli Stati Uniti per tutti  gli anni ’60 e ’70, divulgatore scientifico e attivista, vive a bordo di un rimorchiatore ormeggiato nella baia di San Francisco. La sua fama in America è tornata a volare lo stesso giorno in cui Steve Jobs, nel 2005, chiuse il  suo memorabile discorso agli studenti dell’università di Stanford ricordando gli insegnamenti appresi leggendo, da ragazzo, proprio la rivista di Stewart Brand, col suo approccio "affamato e inquieto"  alla realtà. Brand sarà in Italia a novembre – il 5 a Milano, il 6 e il 7 a Genova, 9 e 10 a Roma, l’11 a Napoli – per presentare il suo nuovo libro: Una cura per la terra. Manifesto di un eco pragmatista (Codice Edizione, pag 340, euro 23) dove espone il suo nuovo credo ecologista, che parte da posizioni radicalmente diverse rispetto a molti punti fermi del pensiero ambientalista, responsabili negli anni, secondo lui, di aver commesso errori sulla base di scelte "più idealistiche che pragmatiche":

Negli anni ’70, ai tempi della rivista The Whole Earth Catalog lei era contro l’uso del nucleare.

Come ha cambiato idea?
"Ho cominciato a rivedere le mie idee negli anni ’90, quando il cambiamento climatico è iniziato a diventare una questione pressante. Così, durante lo scorso decennio mi sono messo finalmente a studiare l’energia nucleare, e mi sono reso conto che tutti i miei timori erano veramente esagerati, e che il carbone, al contrario,è una fonte di energia molto più dannosa di quanto pensassi. Nella maggior parte degli Stati, la scelta per ottenere energia affidabile "baseload" è tra il carbone e il nucleare. Il carbone riempie l’atmosfera di gas serra, il nucleare non ne produce quasi nessuno".

In Italia, e in tutta Europa, è ancora vivo il ricordo della tragedia di Chernobyl. Il nucleare fa ancora molta paura…
"A riguardo consiglio sempre di visitare il sito greenfacts.org 1 (che è anche in spagnolo e in francese, ma purtroppo non in italiano). Nel 2006 il Chernobyl Forum, a cui hanno lavorato sette agenzie delle Nazioni Unite, ha studiato approfonditamente l’area di Chernobyl. Dalle rilevazioni è emerso che il numero di persone realmente danneggiate dalle radiazioni è di gran lunga minore rispetto a quanto ci si attendesse. I danni effettivi sono stati invece causati dalla paura del contagio radioattivo, e non dalle radiazioni. Nel frattempo in quell’area, rimasta disabitata per tanti anni, la fauna è tornata a moltiplicarsi abbondantemente. Scommetto che in Ucraina verrà fondato un parco nazionale a Chernobyl, e saremmo davvero felici di andarlo a visitare".

E lo smaltimento delle scorie radioattive? Nel suo libro lei sostiene che le paure causate dal nucleare sono tutte di natura irrazionale …
"Con mia grande sorpresa, trattare il combustibile esausto che deriva dalle fissioni nucleari non è un problema serio. Intanto c’è la soluzione attuale, praticata ormai da quasi 50 anni: vetrificare i rifiuti, chiuderli in contenitori d’acciaio e seppellirli di fianco ai reattore nucleari. Possiamo continuare a utilizzarla, mentre decidiamo se ci converrebbe di più ritrattare, riciclare il combustibile esausto, come avviene in Francia; o riutilizzare le scorie nei reattori integrali veloci, di prossima generazione. Oppure tirare dritti con i depositi geologici. Finlandia, Svezia e Francia stanno sviluppando siti simili, e l’America da 11 anni, con successo, stocca le scorie nucleari all’interno di una vecchia miniera di sale in New Mexico. Quella salina esiste da 250 milioni di anni ed è ben solida. L’acqua non vi entra né fuoriesce".

Non solo l’energia nucleare. Nel suo libro lei sostiene che anche le città densamente popolate, l’agricoltura transgenica e la geoingegneria sono necessarie per salvare il pianeta. Il mondo è pronto all’uso di tutto ciò?
"Un numero crescente di popolazioni rurali si sta spostando nelle città. Le megalopoli sono gradi produttrici di ricchezza. La gente ci sta molto bene e sono ecologiche perché nelle grandi città si consuma relativamente poca energia e materiali. Sono più di 14 anni che le colture transgeniche si stanno dimostrando sicure, e ce n’è un gran bisogno nelle zone del pianeta in via di sviluppo, soprattutto in Africa. Questo è il secolo della biotecnologia e nessuno Stato dovrebbe restarne arretrato. Spero che la geoingegneria – l’ingegneria di intervento sul clima – non verrà mai impiegata, ma se i cambiamenti climatici diventeranno così violenti da costringerci a utilizzarla, abbiamo l’importante compito di capire come poterla applicare in futuro. Ciò significa che da subito bisogna sviluppare la ricerca".

Come hanno reagito gli ambientalisti americani alle sue teorie?
"Molti ambientalisti americanI sono stati entusiasti del mio nuovo libro Una cura per la terra: Peter Kareiva, scienziato e direttore dell’associazione The Nature Conservancy; Tim Flannery scrittore e biologo australiano; il britannico Mark Lynas, autore di libri sul clima e Paul Hawken, uno dei coautori del libro Natural Capitalism. In America la gran pare delle controversie riguardano capitolo sul nucleare. Negli Stati Uniti invece non c’è troppo disaccordo sulle culture transgeniche, dato che noi ci cibiamo di Ogm già da molto tempo. Alcuni Verdi stanno evitando il mio libro, altri ne contestano qualche idee, ma quasi nessuno mi sta criticando sul piano personale. Questo lo prendo già come un buon segno".