Matematica e scienze, ma è vero che i maschi sono più bravi? | Non Sprecare
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Matematica e scienze, ma è vero che i maschi sono più bravi?

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Va bene, lo ammetto: mi sono infilato in un ginepraio. È che l’altro giorno, senza volere, mi sono imbattuto in certe informazioni apparentemente inedite e quando ho capito che suonavano nuove solo perché non se parla (quasi) mai, era già tardi. Non sono nuove. Sono un campo minato da cui di solito, giustamente, si sta alla larga.

Parlo dei dati che riassumono i più recenti risultati PISA, il Programme for International Student Assessment che valuta la qualità e il livello degli studenti – ragazze e ragazzi – nei vari Paesi del mondo. Generalmente in Italia se ne parla per dire che i nostri sono indietro rispetto ai finlandesi, ai cinesi o agli americani. Le graduatorie per nazioni sono ruvide, ma il nostro stomaco le sopporta.

E le graduatorie fra uomini e donne? Ecco il tema «nuovo».

 

Riassumo: per la matematica, sui 37 Paesi presi in considerazione dall’Ocse gli uomini registrano punteggi più elevati delle donne in 36. Solo le liceali islandesi capiscono di matematica più dei loro omologhi. Ma in media i maschi sono in vantaggio di 11 punti su una scala dove chi fa il massimo è a 565 (i ragazzi finlandesi). Vero è che rispetto maschio medio italiano una finlandese o un’ australiana o un cèca vale una Fields Medal (il Nobel della matematica).

Passiamo a scienze. Anche qui maschi in netto vantaggio, anche se un po’ meno. Fanno meglio delle donne in 24 Paesi, peggio in dieci (donne più scientifiche in Turchia, Norvegia, Corea del Sud…) e pareggiano in due: Australia e Stati Uniti. Qui in aggregato sul gruppo di Paesi il vantaggio medio degli uomini si restringe a due punti. E anche qui le differenze fra Paesi, cioè fra sistemi educativi, sembrano più forti di quelle fra sessi: ma anche queste si notano.

L’ultimo test è «reading», che si riferisce «alla comprensione, all’utilizzo e alla riflessione su testi scritti al fine di raggiungere i propri obiettivi, di sviluppare le proprie conoscenze e le proprie potenzialità e di svolgere un ruolo attivo nella società».

Nel «reading» non c’è partita. Vincono le donne in 37 paesi su 37 e il loro vantaggio medio è abissale: 38 punti.

Fin qui i «fatti», cioè le statistiche a campione.

Ma la morale? Quella più ovvia è di stare alla larga da questa materia, perché questi «fatti» fanno venir voglia di concludere che contano sì le differenze di educazione e istruzione, ma contano anche quelle di genere. Le donne e gli uomini – in media, nei grandi numeri, con infinite eccezioni – assorbono l’apprendimento in modo diverso.

Ma se questo fosse vero, che conseguenze dovrebbe avere per l’organizzazione della società, la crescita dell’economia, la felicità delle scelte personali? Magari, semplicemente non è vero: le ragazze finlandesi sono migliori matematiche dei ragazzi italiani, perché ciò che conta di più è l’istruzione. E gli uomini norvegesi sono meglio nel «reading» delle donne portoghesi (di poco!).

L’ex segretario al Tesoro Usa Larry Summers è il solo ingenuo che prima di me si è addentrato in questo ginepraio. Lui economista molto forte in equazioni differenziali, ipotizzò che potrebbe esserci una minore disposizione innata delle donne alla matematica finanziaria. Fu fatto dimettere dalla sua posizione di presidente di Harvard: soprattutto le professoresse di Humanities («reading») si impegnarono per cacciarlo.

Summers ne è uscito bene; ha fatto il consigliere economico di Obama per un paio d’anni. L’altro giorno ha osservato: «Sono andato a Washington per fuggire dalla politica».