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La strage delle palme, un’allegoria italiana

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Di Marzio G. Mian                        Style.it

 

Fosse un film, sarebbe un horror. Da Palermo a Bordighera, dalla Calabria alla Campania al Lazio, dalla Puglia al Molise all’Abruzzo, c’è un serial killer che ammazza impunito, passa indisturbato da una vittima all’altra. Colpisce in pieno giorno sui lungomare, nelle piazze, nei viali, nei parchi pubblici; ma anche nei giardini delle ville, soprattutto quelle ottocentesche e liberty. 

Del mostro si sa tutto. Ha un nome e cognome, Punteruolo Rosso. Ma sotto le foto segnaletiche c’è scritto Rhynchophorus Ferrugineus, è il coleottero sterminatore di palme, sessantamila già morte o agonizzanti nel Paese, trentamila i cadaveri contati in Sicilia, centinaia di migliaia le piante con il destino segnato, trecentomila solo in Liguria, mentre è certo che entro tre anni a Roma anche le palme, come le colonne, saranno ruderi di una civiltà scomparsa, cesseranno di fare ombra ai millenni. 

Della bestia si sa anche che viene dall’Asia sudorientale, dalla Melanesia, come fosse un moderno pirata salgariano spedito dall’Oriente globalizzato per estirpare uno degli ultimi segni radicati d’identità, sfregiare in un colpo solo Storia e Geografia, cambiare i connotati allo skyline meno banale e più sofisticato del mondo. Prendete Palermo: qui, più dell’ibiscus, del gelsomino o della buganvillea, è stata la palma a celebrare il matrimonio tra i siciliani e gli arabi, quella dominazione dolce e colta che ha lasciato dietro di sé poesia, arte, astronomia e le ammalianti atmosfere saracene. 

 

quelli del grand tour dicevano che non serviva andare in Africa a provare la pace che solo una palma può regalarti, bastava arrivare in Italia; tutt’oggi ai lombardi o ai piemontesi che vanno in Riviera sembra di aver fatto un viaggio in un luogo esotico a portata di weekend. Senza più le palme, cosa resta dei ricordi? Come si fa a portarsi dentro per sempre un posto senza palme?

La presenza del parassita è stata segnalata in Italia per la prima volta da un vivaista di Pistoia nel maggio del 2004, quando aveva già massacrato in Spagna, in Grecia, nel Sud della Francia. Eppure nessuno l’ha arrestato, mai l’apertura di un telegiornale, quasi fosse un intoccabile del nostro tempo, oppure uno che ha licenza d’uccidere per conto di un disegno ineludibile, quello di colpire al cuore – e addirittura mangiarlo – il simbolo della solare estetica mediterranea, espressione di una visione anacronistica e aristocratica dell’esistenza, baricentro per gente decadente che osa ancora abbandonarsi alla pennica nella controra in un giardino romantico. Come se si volesse togliere l’ultimo alibi a un paesaggio indistruttibilmente bello, nonostante tutto capace di camuffare gli abusi, le putrelle al vento, le discariche. Senza le palme, è più difficile ignorare il brutto. 

 

nell’era dell’homus tecnolocicus, a questo Aids delle palme pare non esserci rimedio. Ma in Italia all’impotenza scientifica si aggiunge la resa politica e amministrativa. Perché la catastrofe potrebbe essere arginata distruggendo le piante morte e imbottite di larve pronte a trasformarsi in killer e volare sulla nuova vittima: ma lo smaltimento secondo precisi criteri, costa 1.500 euro a pianta. E non ci sono fondi. Così la storia di questa peste sembra un’allegoria del Paese. Sa di disfatta, di resa, dice Mauro Corona, uomo dei monti, ma che gli alberi, nei suoi libri, li ascolta e li fa parlare. Dice che la palma vuole togliere il disturbo, che è consapevole di rappresentare l’ineluttabile fine di un mondo. Il killer è arrivato con le palme adulte importate per creare dal nulla i giardini delle nuove ville. Ecco, dice Corona, il nuovo mondo non accetta i tempi della Natura, anche le mamme vorrebbero figli adulti da subito.

Prima sono appassiti i cipressi, poi si sono ammalati gli olmi, i platani, gli ippocastani… Ma le palme, dice Erri De Luca, sono sacre e il Libro di Gioele considera l’estinzione delle palme come la peggiore condanna della divinità, perché producono frutti nei luoghi meno fruttuosi, sono compagne affettuose del viandante. Così oggi, guardando allo stato presente dei costumi degl’italiani, suona meno profetica la “fantasia” di Leonardo Sciascia, che s’immaginava una sorta di “linea della mafia” che saliva su per l’Italia come “la linea della palma”, cioè il clima propizio alla sua vegetazione che da Sud si andava spostando verso Nord… Perdiamo le palme, ci resta la mafia.