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La qualita’ del sonno influisce sulla memoria

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Si dice che Napoleone, Leonardo da Vinci e Winston Churchill dormissero tre ore per notte, mentre Andreotti e Berlusconi supererebbero di poco il curioso primato: la letteratura è colma di esempi di uomini importanti e molto lucidi che riposano (o riposavano) poche manciate di ore. E in effetti secondo gli esperti non è la quantità a fare la differenza (anche se c’è un limite a tutto), ma la qualità del sonno, e l’esistenza di tanti short sleepers prova che si può anche dormire poco, a patto che si dorma bene. Secondo una recente ricerca una delle prime conseguenze di un cattivo riposo è il malfunzionamento della memoria. Se il riposo viene interrotto infatti anche le capacità mnemoniche ne risentono: lo prova uno studio della Stanford University che spiega come sia proprio il sonno profondo il momento cruciale per il consolidamento dei ricordi.

GRAZIE ALL’OPTOGENETICA – Fino ad oggi tutti gli studi sul ciclo circadiano prendevano in esame gli effetti di una deprivazione del sonno e dunque, alle funzionalità compromesse, si aggiungevano le conseguenze di uno stress da mancanza di riposo. Grazie invece a una recente disciplina dal nome optogenetica è oggi possibile agire sui singoli circuiti neuronali, innescando un potenziale di azione, fenomeno che permette lo scambio di informazioni tra le cellule nervose. L’optogenetica è infatti una scienza che combina tecniche ottiche e genetiche di rilevazione, allo scopo di sondare circuiti neuronali all’interno dei cervelli dei mammiferi nell’ordine di millisecondi. Questa scienza consiste essenzialmente nell’attivazione di specifici gruppi neuronali e grazie a questa disciplina emergente è stato possibile studiare gli effetti di una frammentazione dell’attività del sonno senza causare il risveglio.

LO STUDIO – I ricercatori hanno inviato direttamente nel cervello di alcune cavie degli impulsi luminosi nel corso del sonno, in modo tale da creare disturbo senza intaccare la quantità complessiva di ore dormite (, grazie appunto a tecniche di optogenetica. In un secondo momento i roditori sono stati chiusi in una scatola contenente due oggetti, uno famigliare e uno sconosciuto. A questo punto, dalle reazioni dei roditori (ovvero dalla quantità di tempo trascorsa dall’animale a osservare gli oggetti), gli studiosi hanno intuito che i topi non riuscivano più a riconoscere gli oggetti a loro famigliari in conseguenza di un’interruzione significativa del ciclo circadiano e non facevano alcuna distinzione tra gli oggetti conosciuti e sconosciuti, evidenziando una significativa diminuzione della loro performance mnemonica. 

QUESTIONE DI QUALITA’ – La ricerca, pubblicata sulla rivistaProceedings of the National Academy of Sciencesottolinea come un cattivo (e non scarso) sonno possa influenzare l’efficacia della memoria e spiega alcune condizioni patologiche come l’Alzheimer e l’apnea del sonno. L’interruzione del sonno interferisce in sostanza con alcune funzioni cerebrali, come il riconoscimento degli oggetti familiari, poiché durante la fase di sonno profondo il cervello rielabora gli avvenimenti della giornata e sceglie gli elementi da trattenere nella memoria e quelli da cestinare. Come spiegano i due autori, Luis de Lecea e H. Craig Heller la scoperta del team di Stanford rappresenta il primo passo verso la comprensione della continuità come elemento essenziale dell’attività di riposo.

IL PARERE DELL’EPSERTO –Abbiamo sentito il dottor Sergio Garbarino, neurologo del Centro di Fisiopatologia del Sonno del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Genova, il quale ci ha spiegato nei dettagli la metodologia dei ricercatori di Stanford, sottolineando che la ricerca ha il merito di aver spostato il focus sulla qualità del sonno rispetto alla quantità, dimostrando scientificamente quanto in realtà era già stato intuito.  “Nell’esperimento di Stanford – spiega Garbarino – i ricercatori hanno favorito l’attivazione di canali neuronali sensibili alla luce per studiare le modifiche della funzione di alcuni neutrasmettitori. Nel caso del sonno interrotto in particolare sono stati osservati i cambiamenti dei neuroni che producono orexina e ipocretina, molecole fondamentali per il mantenimento di una normale veglia. In questo modo è stato possibile creare un sonno frammentato senza incidere sulla quantità né sull’intensità del sonno”. Del resto, come spiega Sergio Garbarino, nei laboratori di medicina del sonno da tempo si cerca di misurare la qualità, avendo intuito che la questione cruciale è come si dorme e non quanto si dorme. Lo dimostra il crescente riferimento al cosiddetto CAP, acronimo di Cyclic Alternating Pattern, attraverso il quale si misura la microstruttura del sonno. In poche parole l’attenzione degli esperti di ciclo circadiano si sta spostando sull’aspetto qualitativo del sonno, a scapito della quantità.