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L’ enciclica e la nuova utopia: ridare un’ anima a economia e politica

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    L’ enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, fa riferimento esplicito alla Populorum Progressio di Paolo VI, di cui ricordiamo oggi la scomparsa. Come l’ enciclica montiniana rispondeva ai grandi problemi sociali degli anni Settanta, in maniera analoga Benedetto risponde agli interrogativi aperti dalla globalizzazione che riguardano non solo la qualita’ dello sviluppo, il senso del progresso, ma la stessa dimensione profonda dell’ uomo e del senso della sua esistenza. Benedetto XVI lamenta l’ assenza di grandi visioni. In effetti, siamo entrati nel nuovo secolo senza grandi sogni. Dopo il crollo delle ideologie non ci sono piu’ grandi visioni ne’ all’ interno dei popoli ne’ nel concerto delle nazioni. Singoli e popoli sono ripiegati a difendere o a promuovere per lo piu’ i propri interessi che sono, appunto, individuali o nazionali, della propria civilta’ o della propria etnia, della propria regione o della propria area geografica, e cosi’ oltre. La globalizzazione – che si e’ affermata soprattutto nel mercato piu’ che nella democrazia e nella liberta’ – richiede un orizzonte di pensiero che ne eviti i danni e ne aiuti le potenzialita’ di sviluppo per tutti. Oggi molti si sentono come spaesati di fronte ad un mondo troppo vasto e cercano rifugio nel proprio particolare. E accade che le scelte prese nei vari livelli decisionali, sia verticali che orizzontali, sono pensate per lo piu’ in orizzonti settoriali senza che lo sguardo sia rivolto al bene comune della polis e tanto meno dell’ intera famiglia umana. Di fronte a tale crisi che riguarda l’ intero pianeta – quella finanziaria ne e’ solo un aspetto – Benedetto XVI propone una visione nuova, alta, audace. E esamina la questione sociale non a valle ma dalla sorgente che pone in quella dialettica – tipicamente agostiniana – tra la citta’ di Dio e la citta’ dell’ uomo. Agostino la delineo’ mentre stava crollando l’ impero romano e si apriva una prospettiva nuova e per certi versi ancora sconosciuta. Il Papa sa bene che e’ un tema caro ad altri Padri della Chiesa, anche se nell’ enciclica non sono presenti i riferimenti. Tuttavia pochi mesi fa ha accennato a questo tema ricordando Giovanni Crisostomo, che pone tra i grandi Padri della Dottrina Sociale della Chiesa: Si trattava di dare un’ anima e un volto cristiano alla citta’. In altre parole, Crisostomo ha capito che non e’ sufficiente fare elemosina, aiutare i poveri di volta in volta, ma e’ necessario creare una nuova struttura, un nuovo modello di societa’; un modello basato sulla prospettiva del Nuovo Testamento. la nuova societa’ che si rivela nella Chiesa nascente: la vecchia idea della polis greca va sostituita da una nuova idea di citta’ ispirata alla fede cristiana. Benedetto XVI, tuttavia, non mette in antitesi la citta’ di Dio con la citta’ dell’ uomo e tanto meno ritiene quest’ ultima irrilevante. Al contrario, chiede ai cristiani, ed anche a tutti gli uomini di buona volonta’, di impegnarsi perche’ la citta’ dell’ uomo sia permeata dei germi della prima perche’ ne sia fermentata. I due termini, Carita’ e Verita’, rappresentano i pilastri che sorreggono l’ intera architettura teorica del testo. La Caritas – secondo il pensiero biblico a cui Benedetto XVI si ispira – esprime l’ energia stessa di Dio. Ed e’ certo singolare che Benedetto XVI inizi due delle sue tre encicliche proprio con questo termine, Caritas. Non e’ un caso. E il Papa sa bene che nel linguaggio biblico, caritas e’ il nome stesso di Dio, come scrive l’ apostolo Giovanni: Deus caritas est. In questo orizzonte va compresa la sua insistenza nel ribadire il riferimento a Dio anche nella sfera pubblica. L’ amore e’ una energia che si muove oltre gli ambiti che pensiamo piu’ legati alla vita religiosa o alla pietas, per comprendere l’ intera esistenza umana. E per sua natura comprende le dimensioni del dono e della gratuita’. La caritas non e’ schiava della reciprocita’, va oltre. E come tale deve entrare anche nel processo economico. Affermando percio’ che la caritas sta all’ origine del processo economico e non solo alla fine, magari in vista della necessaria distribuzione delle ricchezze, non nega il valore del mercato e tanto meno lo depotenzia. Ne sottolinea l’ irriducibilita’ alla sola tecnica per porlo nell’ orizzonte morale. Per questo puo’ affermare che la giustizia – indispensabile per la societa’ e quindi da difendere ad ogni costo – tuttavia non basta; essa ha bisogno della caritas che la supera. In questo non si distacca del pensiero sociale di Giovanni Paolo II, nella Centesimus annus, come qualcuno ha commentato. L’ altro pilastro, la Veritas, risente della concezione ebraica: essa non e’ solo svelamento ma anche inveramento, ponendo cosi’ una positiva dialettica tra le due dimensioni, Veritas e Caritas. Il Papa vuole evitare la riduzione della caritas a sentimenti ed emozioni. La carita’ si invera nell’ edificazione della Communitas, della polis, della unita’ della famiglia umana. Questa convinzione coglie la globalizzazione come un segno dei tempi perche’ ha riavvicinato come non mai i popoli. Ma e’ un segno che viene messo a dura prova non solo da prospettive teoriche, come il cosiddetto conflitto di civilta’, ma anche – forse soprattutto – dall’ ossessione identitaria che sta portando al risorgere di nazionalismi e razzismi di varia natura. L’ impegno per il bene comune dei popoli, che il Papa pone come uno dei capisaldi dell’ enciclica, risponde sia alla concezione cristiana sia alla attuale condizione del mondo. la nuova utopia che puo’ ridare un’ anima sia alla politica che all’ economia.