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Tutti abbiamo bisogno di consolazione. Non siate avari, e non abbiate paura del conforto fatto anche di una parola

Molti negano l’efficacia e l’utilità della consolazione, eppure è un concetto vitale e molto antico. Greci e romani consolavano con le poesie, e anche a pagamento. Diceva Pascal: «Basta poco a consolarci, perché basta poco per affliggerci»

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IMPORTANZA DEL CONFORTO

Un vecchio amico non perde un necrologio, e quando scompare una persona conosciuta scrive, sempre con parole semplici ma diverse e quindi genuine, la sua affettuosa partecipazione al lutto. Un giorno gli ho chiesto: «Perché lo fai?». E lui mi ha risposto: «Provo a consolare, e lo faccio pubblicamente in modo che sia più efficace….».

Tutti abbiamo bisogno di consolazione. Nel momento della perdita, del dolore, dello smarrimento, della sorpresa più sgradita, dell’inciampo nello sgambetto della vita, tutti sentiamo la necessità di qualcuno che ci metta una mano sulla spalla, che sia in grado di dirci qualcosa di riparatorio per lenire le nostre ferite. Di consolarci, appunto.

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IMPORTANZA DI CONFORTO E CONSOLAZIONE

Nell’era dei super bulli, dell’ansia da prestazione, del narcisismo dilagante, la consolazione può sembrare un atteggiamento di pura forma ed esteriorità. Inutile. Niente di più falso, e per capirlo basterebbe dare uno sguardo alla sterminata letteratura che esiste su questo argomento. In Grecia e nell’antica Roma era un’abitudine molto diffusa consolare, anche con una poesia o con un testo scritto, per la morte di un amico: ne nacque perfino un mestiere, con i retori che facevano testi consolatori a pagamento. Nelle Sacre scritture, Vecchio e Nuovo Testamento, la consolazione è sparsa ovunque, e anche in modo molto esplicito: in fondo, la fede, per chi ha la fortuna di averla, è un grande agente consolatorio. Una speranza di un dopo che farà pulizia e giustizia di tutto il prima e il durante.

Se tutti abbiamo bisogno di consolazione, nessuno deve avere paura di essere consolato. Un abbraccio, un bacio, uno sguardo, un pensiero (compreso il necrologio del mio amico), sono gesti che migliorano la nostra qualità della vita nei momenti più difficili. E ricordiamo tutto, quando siamo tristi, compreso chi e come ci ha consolato. Come non dimentichiamo chi si è eclissato proprio nel momento in cui sentivamo il bisogno della sua presenza. Non bisogna essere deboli o sentire la consolazione che ci arriva da qualcuno come un gesto vacuo: la nostra forza è anche quella di accettare il sostegno degli altri.

PER APPROFONDIRE: Amicizia, dedicatele tempo se volete coltivarla. E non state sempre a giudicare l’altro. Piuttosto ascoltatelo

COME CONSOLARE UNA PERSONA

Qualcuno dice: l’unica vera consolazione arriva dal tempo, che scorrendo lento e lungo fa pulizia. Ci aiuta a dimenticare. È sicuramente saggia questa antica credenza popolare, ma non sono convinto che il tempo sia sufficiente a superare lo scoglio del dolore. E in ogni caso mentre il tempo è qualcosa che non possiamo afferrare, ma solo percepire e magari attendere, la consolazione è un gesto, reale e vitale. È un attimo di carnalità, laddove la carne del nostro corpo è stata scorticata da un evento che ci fa soffrire. Inoltre il tempo che scorre e consola lascia tutto dentro noi stessi, la consolazione invece significa intimità, comunità, condivisione. E dunque amore autentico.

INUTILE PIANGERSI ADDOSSO

Scartano la consolazione anche quelli che, con un atteggiamento piuttosto ideologico, la considerano come un placebo con il quale, prima o poi, si arriva all’assuefazione, e da qui il rischio di prendere la pessima abitudine di piangersi addosso, di lamentarsi troppo e troppo frequentemente, di attendere il momento della consolazione. Può darsi. A questa obiezione, replico con una bella frase di Pascal: «Poco basta a consolarci, perché basta poco per affliggerci». La debolezza dell’uomo è anche questa, la sua capacità di affliggersi di fronte al primo ostacolo: ma non è un buon motivo per diventare avari di consolazione.

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