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I farmaci riciclati

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Finora si è trattato soprattutto di colpi di fortuna, o meglio, di quella combinazione di caso e acume che gli anglosassoni chiamano serendipità: l’intuire, per esempio, che la vasodilatazione indotta dal sildenafil, pericolosa nei cardiopatici per i quali il farmaco era stato inizialmente pensato, poteva essere provvidenziale in chi aveva disturbi di erezione. O l’immaginare che l’effetto collaterale più pericoloso dell’aspirina, cioè la capacità di favorire i sanguinamenti, ostacolando l’aggregazione delle piastrine, poteva diventare preziosa quando l’obiettivo è evitare la formazione di trombi nei vasi sanguigni. «Anche il nostro è un caso di questo genere — racconta Enzo Bonora, primario di endocrinologia a Verona —. Una paziente diabetica, in cura con l’insulina da anni, si ammalò di leucemia mieloide cronica: la trattammo con l’imatinib, farmaco mirato per queste forme tumorali, e la sua glicemia scese al punto da dover sospendere la cura per il diabete». Una segnalazione che tra l’altro ha contribuito a gettare nuova luce su malattie in apparenza così diverse come il diabete e i tumori. «Un altro vecchio farmaco rinato a una nuova vita è la metformina, uno degli antidiabetici più tradizionali e ben conosciuti — prosegue l’esperto —. Già viene usato, al di là delle sue indicazioni iniziali, per ristabilire la fertilità nelle donne con policistosi ovarica. Ma l’osservazione che i diabetici che lo prendono si ammalano meno di cancro candida questo medicinale anche a essere usato, un domani, a scopo preventivo».

Ora però il drug repositioning cioè la ricerca di nuove indicazioni per sostanze già esistenti non si affida più solo al caso. L’obiettivo è oggi perseguito in maniera sistematica, nelle aziende farmaceutiche come negli istituti di ricerca, soprattutto grazie all’apporto della bioinformatica, che permette di elaborare un’enorme quantità di dati in breve tempo. Si è cominciato analizzando la struttura delle molecole, verificando, come in un puzzle, se lo stesso pezzo (il farmaco) potesse incastrarsi in altre posizioni all’interno della cellula. Poi si è passati a esaminare gli effetti delle varie sostanze sulla produzione di particolari proteine, sul metabolismo della cellula o sull’attività dei geni.

Un software dell’Università di Stanford è stato paragonato dai suoi autori a un sito per cuori solitari. «Il programma infatti ha cercato di accoppiare 100 malattie con 164 medicinali, cercando nel data base dei National Institutes of Health i risultati di migliaia di studi di genomica» spiega Atul Butte, che ha coordinato il lavoro. «In pratica, cercavamo sostanze capaci di produrre sull’attività dei geni effetti opposti a quelli ritenuti alla base delle diverse malattie. Due ipotesi emerse da questa analisi sono state poi confermate in laboratorio: l’antiepilettico topiramato ha ridotto i sintomi di malattie infiammatorie intestinali come morbo di Crohn e colite ulcerosa; l’antiulcera cimetidina ha ritardato la crescita del tumore polmonare».

L’anno scorso, in uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science (Pnas), Francesco Iorio, dell’Istituto Telethon di Genetica e Medicina di Napoli (Tigem), con una tecnologia analoga, ha esaminato in quale modo più di un migliaio di farmaci, praticamente tutti quelli approvati dalla Food and Drug Administration americana, modificavano l’espressione dei geni nelle cellule. «Così facendo abbiamo potuto raggruppare le sostanze in relazione al loro meccanismo di azione — spiega Diego Di Bernardo, ingegnere responsabile del Laboratorio di biologia dei sistemi dello stesso istituto — e abbiamo scoperto che un vasodilatatore in uso in Giappone, il fasudil, potrebbe essere utile in malattie neurodegenerative come l’Alzheimer».

Italiana è anche la scoperta che l’idrossiclorochina, un antimalarico molto diffuso, potrebbe recare benefici ai malati di Aids. Con questo vecchio medicinale a poco prezzo e facilmente reperibile nelle zone del mondo in cui l’Hiv miete più vittime, Mario Clerici, dell’Università di Milano, ha ristabilito i livelli di linfociti T in una ventina di pazienti in cui la terapia antivirale non era riuscita a raggiungere questo obiettivo. Riciclare i farmaci, quindi, è vantaggioso per tutti: le aziende ottimizzano gli investimenti e i pazienti hanno maggiori speranze di trovare più rapidamente un rimedio per i loro disturbi, senza rischiare brutte sorprese. Troppo spesso infatti gli effetti collaterali indesiderati compaiono solo dopo che le nuove molecole sono entrate sul mercato e prese da centinaia di migliaia di persone. Usare sostanze vecchie e già collaudate, sebbene per altri scopi, oltre che essere più economico, offre invece molte più garanzie.