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Earth Day, se la recessione fa calare l’inquinamento

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PECHINO – Dopo cinque anni di vita a Pechino, una delle citta’ piu’ inquinate del pianeta, la mia sensazione di un calo nello smog poteva essere dovuta a semplice assuefazione. Ma un panel indipendente di esperti internazionali conferma quello che le narici di noi residenti avvertono da qualche tempo. Nella capitale cinese l’inquinamento atmosferico dell’ultimo trimestre e’ stato inferiore del 25% rispetto ai 7 anni precedenti. Lo scienziato Chak Chan della Hong Kong University of Technology non ha dubbi: “E’ grazie alla recessione”. Per i fautori della de-crescita e’ un trionfo della loro tesi: la migliore cura per l’ambiente e’ fermare lo sviluppo.

Segnali simili si moltiplicano in ogni angolo del pianeta. In America, da New York a San Francisco, i pendolari costretti a risparmiare riscoprono in massa i mezzi pubblici meno inquinanti, metropolitane e treni. Le compagnie aeree a corto di passeggeri lasciano a terra molti apparecchi e disdicono i contratti di acquisto con Airbus e Boeing. Centinaia di navi portacontainer, a Hong Kong e Yokohama, Seul e Singapore, sono ferme per il crollo del commercio mondiale: anche lo smog del trasporto marittimo si riduce. In Europa 150 citta’ hanno aderito al movimento delle Transition Town, che applicano una strategia sistematica per la riduzione dei consumi energetici.

Il laboratorio piu’ vasto per misurare “l’impatto verde” della crisi e’ la Repubblica Popolare, che due anni fa supero’ gli Stati Uniti per il volume di Co2 rilasciato nell’atmosfera. Non solo a Pechino ma in tutta la Cina un effetto positivo della recessione e’ innegabile. Nella provincia meridionale del Guangdong hanno chiuso per bancarotta 62.400 imprese in un solo trimestre. E quindi hanno smesso di rilasciare smog. La fine della bolla speculativa immobiliare ha bloccato l’apertura di nuovi cantieri per edificare grattacieli a Shanghai. Il consumo di elettricita’ (prodotta da centrali a carbone) e’ in calo per la prima volta da decenni. Tutte le cause dell’inquinamento sono in ritirata.

Sulla sponda opposta del Pacifico si accumulano nei piazzali di Detroit i Suv invenduti, disertati dai consumatori. Diventa un simbolo nazionale la famiglia Wojtowicz di Alma, nel Michigan. Il marito Patrick, ex camionista di 36 anni, la moglie Melissa di 37, la figlia quindicenne Gabrielle, sono stati scelti dal giornale Usa Today come i precursori di un nuovo trend: “La frugalita’ del XXI secolo”. I Wojtowicz hanno restituito alle banche tutte le carte di credito. Hanno disdetto l’abbonamento alla tv via cavo. Hanno venduto nei mercatini dell’usato i costosi giocattoli elettronici. Si sono ritirati in una fattoria con porcile e pollaio per allevare gli animali, e un campicello di 16 ettari per coltivare frutta e verdura. Il loro obiettivo economico e’ l’autosufficienza. E naturalmente uno stile di vita sostenibile. Le reazioni dei lettori di Usa Today sono entusiastiche. Il taglio dei consumi imposto alle famiglie americane dalla crisi viene nobilitato come una nuova etica, un trend di costume. Comincia a cambiare quella miriade di abitudini quotidiane che imponevano una pressione crescente sull’ecosistema.

Le virtu’ della de-crescita sembrano confermate. In realta’ nel passato c’erano stati dei casi simili, che consigliano prudenza. Lo scienziato ambientale Kenneth Rahn, dell’universita’ di Rhode Island, ricorda che quando crollo’ l’Unione sovietica e tutta l’Europa dell’Est entro’ in una lunga crisi economica, i livelli di smog sopra il circolo polare artico diminuirono del 50%. La chiusura di tante fabbriche in Russia e nei suoi ex-satelliti aveva provocato gli stessi effetti che sono visibili vent’anni dopo in Cina. “Una riduzione dell’attivita’ economica – dice Rahn – automaticamente abbassa i livelli di inquinamento”. Ma per l’ambiente questo progresso e’ durevole? Il caso della crisi nel blocco ex-sovietico non e’ confortante. Quando la riduzione dello smog e’ solo un effetto dell’impoverimento, i suoi benefici sono temporanei. Le recessioni sono addirittura controproducenti se rallentano gli investimenti in nuove tecnologie verdi, penalizzate dal contro-choc petrolifero e dall’inaridirsi del credito.

L’industria cinese dei pannelli solari e’ tramortita da un crollo di esportazioni. Theolia, il colosso francese delle energie alternative, ha cancellato il progetto di creare una nuova filiale dedicata ai paesi emergenti. Il magnate americano T. Boone Pickens, che aveva in cantiere la piu’ grande centrale eolica del mondo nel Texas, ha congelato il progetto. Un’altra impresa specializzata nell’energia generata dalle pale a vento, la britannica Centrica, ha bloccato tre piani di creazione di nuove centrali eoliche. Oltre all’improvviso ritorno di un temibile concorrente come il petrolio o il carbone a buon mercato, un handicap aggiuntivo per le fonti rinnovabili e’ che spesso richiedono finanziamenti a lungo termine. La crisi bancaria ha reso piu’ difficile raccogliere fondi per progetti decennali.

Un indicatore dei problemi futuri e’ il comportamento delle compagnie petrolifere. Durante l’impennata dei prezzi del greggio, si erano scoperte una nuova vocazione verde. Ora che il greggio e’ precipitato sotto i 50 dollari il barile, la Shell ha gia’ dismesso le sue attivita’ nel solare e nell’energia eolica. Resta la speranza che i comportamenti delle grandi imprese cambino quando scatteranno gli incentivi dell’Amministrazione Obama, e 150 miliardi di dollari del bilancio federale irrigheranno il business delle fonti rinnovabili. La recessione da sola non ce la puo’ fare.