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Disastro ambientale, l’impotenza dei governi

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I grandi della Terra, riuniti nella sede dell’Onu per discutere sui cambiamenti climatici, ci consegnano l’immagine di un mondo sospeso tra l’emergenza ambientale e l’impotenza a governarla, o comunque a ridurla. Non c’e’ bisogno di invaghirsi delle suggestioni di scienziati apocalittici, da sempre il Sapere divide ottimisti e pessimisti, per andare al dunque della nostra convivenza globale: consumiamo, e sprechiamo, circa un terzo in piu’ delle risorse naturali che il pianeta e’ in grado di riprodurre. Ci stiamo consumando, con le nostre mani. E il clima e’ uno dei tanti indicatori di quella che ieri Barak Obama ha definito una catastrofe irreversibile, cioe’ lo squilibrio endemico tra lo sviluppo economico, attualmente spezzato anche dal vento della crisi in attesa di ripresa, e la sua sostenibilita’. Prendete la Cina, che pure continuera’ a farci sognare con la sua forza travolgente di locomotiva planetaria: nel 1950 aveva appena l’1 per cento delle emissioni mondiali di CO2; adesso e’ diventata la prima produttrice di anidride carbonica, scavalcando proprio gli Stati Uniti. E se Obama giura di essere il presidente del cambiamento, la parola chiave del suo ingresso alla Casa Bianca, anche rispetto all’indifferenza dell’amministrazione Bush sui dossier ambientali, ieri finalmente il premier cinese Hu Jintao ha annunciato l’impegno del suo governo per ridurre le emissioni di CO2. L’emergenza, insomma, rende piu’ ragionevoli anche i leader del mondo che finora hanno mostrato una totale ostilita’, alimentata da un infernale meccanismo di veti incrociati, rispetto a nuove politiche, coordinate e condivise, in campo ambientale. Con il risultato che, i dati sono dell’Agenzia dell’Onu, noi cittadini del terzo millennio ci ritroviamo con il 12 per cento degli uccelli del pianeta, e il 23 per cento dei mammiferi, a rischio. Potenzialmente pronti a scomparire.

Ecco perche’ il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha denunciato in modo solenne l’assurdita’ della lentezza glaciale di quei negoziati internazionali che dovrebbero, con il maxi-vertice di Copenhagen in calendario dal 7 al 18 dicembre, portare a una svolta sulle questioni climatiche e ambientali. L’Unione europea, il mostriciattolo dell’impotenza politica, accusa gli Stati Uniti di fare melina, nonostante le belle ed efficaci dichiarazioni di Obama, come dimostra anche il fatto che la legge per tagliare le emissioni di anidride carbonica in America e’ bloccata al Senato, dove per il momento vincono lobby aziendali e interessi di business, e rischia di slittare al prossimo anno. Quanto alla Cina, e agli altri paesi (ex) emergenti, finora hanno avuto gioco facile nel trascinare il mondo nel baratro del non tocchiamo nulla. Il risultato in termini politici di questo scenario lo conosciamo bene, come i numeri del disastro ambientale: la credibilita’ e l’efficacia di organismi sovranazionali, come il G-20 (altra riunione in agenda a brevissima scadenza: Pittsburgh, giovedi’ 24 e venerdi’ 25 settembre), e’ ridotta praticamente a zero. Ma il cambiamento, infiliamoci nel solco dei sogni di Obama, e’ finalmente percepito ai tavoli dei grandi della Terra non solo come una necessita’, ma innanzitutto come una straordinaria opportunita’. Da qui la speranza e , perche’ no, un soffio di ottimismo. E’ probabile, azzardo una previsione, che a Copenaghen non finisca con il solito comunicato che afferma il tutto e decide il nulla. Siamo investiti, infatti, da un’onda lunga di una crisi che segnera’ un cambio d’epoca e dunque i leader del pianeta, se vogliono essere ancora considerati tali dalle rispettive opinioni pubbliche, questa volta non potranno barare con le parole e con il tatticismo. Dovranno dare un segnale, concreto e immediato, di un nuovo ambientalismo che, uscendo dal cono d’ombra degli slogan e delle inconcludenti forzature ideologiche, sia ispirato ai valori della responsabilita’ e di un progresso meno ingiusto e autodistruttivo di quello che abbiamo celebrato negli ultimi anni.