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Accoglienza immigrati: l’integrazione inizia con il co-housing. Le storie di Ibrahim e Mursal

Accoglienza immigrati, una questione che ci riguarda tutti. Grazie al co-housing possiamo fare la nostra parte, aiutandoli a integrarsi velocemente.

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COHOUSING IMMIGRATI

“Accogliamo gli immigrati a braccia aperte” è l’invito di Papa Francesco ma non tutti, in Italia, sono disposti a farlo. L’accoglienza immigrati spesso è oscurata dalla paura nei confronti dello straniero, che purtroppo riguarda ancora tanti italiani. Per fortuna, ci sono numerosi casi di integrazione. Immigrati che vengono accolti dalle famiglie italiane, abbattendo i muri del razzismo e dell’indifferenza. Una soluzione che si sta facendo strada è il co-housing cioè la coabitazione tra italiani e immigrati. In diverse regioni d’Italia, i cittadini mettono a disposizione una camera o un’area della propria abitazione, in maniera gratuita, ospitando chi arriva da lontano e non ha un tetto. Un’opportunità per chi arriva ma anche per chi ospita. Ecco una storia che fa riflettere e che può essere da esempio per tanti italiani.

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accoglienza immigratiIL PROGETTO “CHI BUSSA ALLA MIA PORTA” DI CIAC ONLUS PARMA

Li vediamo spesso in televisione. Arrivano su barconi sovraffollati sulle nostre coste e non sempre il viaggio va come dovrebbe. Poi, li incrociamo per strada a chiedere l’elemosina oppure a dormire all’interno delle stazioni. Eppure, basta poco per aiutarli a integrarsi nella nostra società. Il desiderio di incontrare chi viene da lontano. La disponibilità a incrociare la propria strada con quella dei rifugiati e delle loro comunità. Mettere a disposizione una stanza libera può essere il primo passo per mostrare a sé stessi e alla propria famiglia che “straniero” non è sinonimo di “estraneo”.

Questa sfida è stata colta dall’associazione Ciac Onlus di Parma, che ha lanciato il progetto “Chi bussa alla mia porta” spingendo una famiglia o una comunità ad accogliere un rifugiato mettendosi in gioco in prima persona. Un’occasione di conoscenza reciproca, che può cambiare la propria vita. Portare in famiglia un rifugiato è un gesto concreto verso i tanti immigrati che arrivano in Italia.

Si trovano in situazioni dove un’accoglienza in famiglia può fare la differenza. Possono essere ospitati da qualsiasi comunità, nucleo famigliare o gruppo di conviventi, che si propongono per vivere questa esperienza. E’ sufficiente mettere a disposizione il proprio spazio domestico per accogliere un rifugiato. In questo modo, è possibile offrire ai rifugiati non solo un tetto e un pasto ma anche una rete di relazioni per facilitare la loro integrazione. I casi di accoglienza, non sono pochi, anzi. Ci sono tante storie di solidarietà e condivisione tra chi è già italiano e chi intende diventarlo.

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accoglienza immigratiINTEGRAZIONE IMMIGRATI: LE STORIE DI IBRAHIM E MURSAL

Il progetto prevede l’accoglienza in casa per un periodo di sei mesi e un rimborso mensile alle famiglie. Inoltre, è previsto un supporto continuo agli immigrati da parte di specialisti di psicologia familiare. e di un operatore di progetto dedicato a supportare le dinamiche e le pratiche concrete di accoglienza. Inoltre, nel caso in cui dovessero sorgere delle difficoltà durante la fase di accoglienza, il rifugiato può continuare i momenti di formazione, confronto e socializzazione comunitari all’interno del progetto Sprar.

Giovani genitori, professionisti affermati e pensionati hanno aperto le porte delle proprie case offrendo il calore di una famiglia a quanti avevano sentito prima il freddo del distacco dalla terra d’origine e poi quello dell’indifferenza. E’ il caso di Arianna, una ricercatrice di 44 anni, madre di quattro figli, che ha accolto Ibrahim, un immigrato che oggi è diventato parte integrante della famiglia.

Un’occasione simile è capitata a Mursal, un rifugiato somalo di ventisei anni, che è stato ospitato da Giorgio, 81 anni e nove figli. Un’esperienza che il giovane racconta come “qualcosa di speciale” perché lo ha aiutato molto ad apprendere la lingua e nell’interazione con gli italiani. Inoltre, per lui la felicità è “quando arrivo a casa, dopo il lavoro, e trovo la cena e qualcuno che mi aspetta“.

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