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Dipendenti pubblici, perché chi non va a lavorare deve guadagnare la stessa cifra dei colleghi onesti?

I lavoratori nella pubblica amministrazione sono oltre 3 milioni, ma gli stipendi non tengono conto né del merito né di chi davvero per mestiere fa l’assenteista. La classifica: al primo posto ci sono i vigili urbani, 60 assenze in media all’anno. Poi i dipendenti della presidenza del Consiglio e delle agenzie fiscali.

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 ASSENTEISMO DIPENDENTI PUBBLICI

Sappiamo tutto dell’assenteismo nel pubblico impiego. Chi sono i responsabili, come riescono a farla franca, in quali settori spaziano a danno innanzitutto dei lavoratori onesti, come e quando i cittadini vengono colpiti. E sappiamo anche una cosa, la più complicata da realizzare per ridurre questo spreco enorme per tutto il Paese: finirla con l’impunità, e non continuare a scrivere leggi, regolamenti, norme (tantomeno ispirate all’idea di “colpirne uno per educarne cento”, ovvero stangare tutto l’ufficio dell’assenteista cronico), ma piuttosto applicare ciò che già esiste.  Per isolare e penalizzare i colpevoli e, al contrario, premiare i tanti dipendenti pubblici che fanno onestamente il loro lavoro grazie al quale, in fondo, gira l’Italia.

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DIPENDENTI PUBBLICI ASSENTEISTI

I dipendenti pubblici sono oltre 3 milioni, con due serbatoi che sono stati particolarmente gonfiati negli ultimi anni: i comuni con 450.337 lavoratori e le regioni con oltre 76.000 unità. Con il risultato che sommiamo due record negativi in Europa, e cioè la percentuale più alta di dipendenti comunali e la più bassa in termini di produttività: 7,4 buste paga ogni mille abitanti, oltre due punti in più rispetto alla media europea. E la differenza nasce innanzitutto dalla zona franca dell’assenteismo. Sul sito del ministero della Funzione pubblica compare il monitoraggio delle assenze per malattia dei dipendenti pubblici.  

ASSENTEISMO PER MALATTIA DIPENDENTI PUBBLICI

L’assenteismo per malattia non è omogeneo né sul piano territoriale né rispetto ai vari settori del pubblico impiego. Al contrario, le differenze sono molto forti ed indicano aree di particolare rischio. In testa alla classifica per numero di giorni medi di assenze durante un anno, ci sono proprio i corpi di Polizia, come i vigili urbani, con 60 giorni, praticamente due mesi.  Seguono gli uffici della Presidenza del Consiglio (55 giorni), le agenzie fiscali (51), i ministeri (50), la scuola (48), i Vigili del Fuoco (40), gli enti di ricerca (39), l’università (18) e la infine la magistratura (7). È mai possibile, viene da chiedersi, che un vigile urbano si ammali in un anno dieci volte in più di un giudice?

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STATISTICHE ASSENTEISMO ITALIA

Dal punto di vista geografico, le regioni dove si concentrano il maggiore numero di giorni medi di assenze nelle diverse amministrazioni locali, dalle regioni ai comuni, sono la Calabria per gli uomini (8,63) e la Puglia per le donne (16,49), seguite dalla Campania (7,72 per gli uomini e 12,10 per le donne), e dal Lazio (7,45 per gli uomini e 11,73 per le donne). La regione più virtuosa, invece, è la Liguria con appena 2,82 giorni medi di assenze per gli uomini e 3,10 per le donne.  Complessivamente, ogni anno nelle varie amministrazioni della Campania vanno in fumo per malattia 26.032 giornate lavorative degli uomini e 24.428 giornate lavorative delle donne; in Liguria sono rispettivamente appena 1.377 e 2.211.

Esiste ormai una letteratura sull’assenteismo impunito nella pubblica amministrazione. Con alcuni casi-simbolo. Alla Asl 6 di Livorno l’assenza media dei dipendenti è di due mesi l’anno. A Napoli, il dipendente comunale P.E.  timbrava regolarmente il suo cartellino, fino a quando la polizia municipale non ha scoperto come passava in realtà 25 delle 43 ore del suo orario di lavoro. Andava al cimitero a trovare i cari estinti, faceva le sue visite mediche, raccoglieva vecchi elettrodomestici abbandonati che poi rivendeva. Tornando alla legge, dovrebbero essere i dirigenti, con apposite commissioni, a controllare i motivi reali delle assenze dei dipendenti ed a intervenire laddove ci siano violazioni di legge. Quello che avviene nel settore privato. Nel pubblico, invece, si è andata consolidando una vera fuga dalle responsabilità da parte dei dirigenti. Non sono incentivati da premi di produttività, legati appunto al rendimento (e quindi alle presenze) del gruppo di lavoro che guidano e alla soddisfazione dei cittadini per la qualità dei servizi ricevuti. E non sono preoccupati per la scarsa produttività, visto che nessuno la può misurare in un ufficio pubblico, come in una qualsiasi azienda privata, per il veto dei sindacati. Un meccanismo-tipo che si registra, per esempio, nel mondo della scuola, dove un bravo insegnante guadagna la stessa cifra di un collega assenteista e fannullone, mentre i presidi si barcamenano tra carte da firmare, professori che vanno e vengono, e scuole a rischio crollo. Il tutto, mentre gli stipendi dei nostri insegnanti di scuola, pagati senza alcun collegamento ai loro meriti ed ai loro risultati, sono i più bassi d’Europa.

ASSEINTEISMO SUL LAVORO

Così il dirigente finisce molto spesso per essere uno spettatore passivo dell’assenteismo dei suoi dipendenti, anche perché in caso di licenziamento illegittimo, sancito dalla sentenza di un Tar di turno, c’è il rischio che qualcuno possa chiedergli conto di un danno erariale. E allora tanto vale chiudere un occhio, anzi due e consentire agli assenteisti cronici di farla franca, sempre e comunque.

ASSENTEISMO NEL PUBBLICO IMPIEGO, STORIE DI ORDINARIA IMPUNITÀ: