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Tra 40 anni in barca al Polo nord

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Avete in mente il Polo Nord, quella frontiera gelata descritta come inaccessibile ed invalicabile? Ecco, tutto ciò sarà presto un ricordo. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature, entro i prossimi quarant’anni l’Oceano Artico sarà navigabile per molti mesi all’anno in quasi ogni direzione e senza l’ausilio di navi rompighiaccio.
Il geografo Scott Stephenson e colleghi della Università della California hanno simulato come sarà nel 2050 lo stato dei percorsi stradali e marittimi delle aree circumpolari. Oltre al clima, lo studio tiene conto della morfologia del terreno, delle infrastrutture e degli insediamenti umani. La promessa non è di un mare completamente libero dai ghiacci, ma di uno percorribile da navi commerciali e passeggeri di tipo "A" (navi in grado affrontare ogni condizione di tempo).

La causa di ciò è ancora il riscaldamento globale, che per fine secolo potrebbe alzare la temperatura media globale di 2-4°C, e che mostra i suoi effetti più acuti nelle aree polari, dove la temperatura aumenterà anche di 9°C. Se da un lato gli ecologi sono preoccupati per la conservazione della biodiversità, l’accessibilità dell’Oceano Artico accorcerà le distanze tra i continenti.

In particolare il Passaggio di Nord Est (che lambisce le coste siberiane dalla Norvegia fino allo stretto di Bering), la rotta che unisce il porto russo di Murmansk alla Baia di Hudson in Canada (chiamata Arctic Bridge), e la rotta transpolare, fino ad ora percorribili

solo con le rompighiaccio, diventeranno: "completamente accessibili da Luglio a Settembre, con tempi di percorrenza tra gli 11 (passaggio di Nord Est) e 16 giorni (rotta polare)". Il passaggio di Nord Ovest, invece, dovrà attendere. Il guadagno netto di superficie navigabile, secondo i ricercatori, supera i 4 milioni di chilometri quadrati di mare (+23% rispetto ad oggi).

Soffriranno, invece, le vie di comunicazione continentali. Le regioni artiche, infatti, sfruttano strade temporanee che passano su terreni congelati, laghi e fiumi ghiacciati ma che saranno inutilizzabili a causa di inverni più brevi e più miti. Il solo Canada fa affidamento su una rete di 5400 chilometri di strade "invernali" congelate. Un problema, questo, che renderà inefficiente la rete stradale su un totale di 1200000 chilometri quadrati.

È più di una previsione, sta già accadendo.
Il nuovo studio è la continuazione di un mantra di scienziati fissati con il cambiamento climatico? Una facile preda per le associazioni ambientaliste? Alcuni potranno forse concentrarsi su questo dibattito. Chi non lo fa sono le lobby del petrolio e quelle del trasporto marittimo, che si sono attivate già da tempo. Sul fronte dei combustibili fossili, per cominciare, la posta in gioco è alta: studi recenti mostrano che l’artico potrebbe celare, a profondità inferiori ai 500 metri, il 30% delle riserve di gas ed il 13% di quelle petrolifere mondiali.

Così mentre gli organismi internazionali indicono conferenze sul clima e sull’adattamento, le frontiere esplorative sono già aperte e le compagnie petrolifere si contendono concessioni per lo sfruttamento di vari settori dei fondali artici. La BP e la Shell fanno braccio di ferro in queste settimane per una alleanza con la Rosneft (una compagnia petrolifera russa a partecipazione statale) per l’esplorazione di 125000 chilometri quadrati nel mare di Kara (una delle riserve di idrocarburi più promettenti).
Il nuovo, seducente, far west petrolifero ha sedotto perfino la Svezia, che ha avviato la sua prima perforazione nel mare di Barents.

Cresce anche il trasporto marittimo.
"I minimi storici della estensione della banchisa negli anni dal 2007 al 2010 hanno risvegliato l’interesse nei Passaggi di Nord Ovest e Nord Est", dice Stephenson. Quest’ultimo è stato percorso per la prima volta da un cargo di elevato tonnellaggio nel 2010, mentre già questa estate si prevede il passaggio di altri dieci cargo. Nel 2002, 166 tanker hanno incrociato in acque norvegesi, nel 2010 i passaggi sono saliti a 326 e la tendeza è in salita.
Tutto questo fermento genera, ovviamente, inquietudini. Danimarca e Groenlandia hanno redatto una strategia per la gestione della piattaforma continentale groenlandese e delle isole Faroe. Il documento doveva essere reso ufficiale a giugno ma è trapelato dai palazzi di governo. Secondo media e blogger danesi, la Danimarca intende rivendicare il Polo Nord, una decisione che inevitabilmente lascerà insoddisfatte Russia e Canada (almeno). Il paese scandinavo, continua il documento, intende potenziare la presenza militare "per la sorveglianza e l’azione nell’Artico."

Gli altri paesi non stanno certo a guardare. Entro giugno infatti la Russia produrrà un simile piano strategico. L’intento è di rinforzare la presenza nell’arcipelago delle Svalbard, intensificare l’esplorazione dei fondali artici, costruire nuove rompighiaccio e navi da ricerca, ed ampliare i 19 porti distribuiti lungo le coste siberiane. Il trasporto via mare sarà decuplicato già entro il 2030.

Nuove prospettive, ma anche nuovi rischi.
I
nsomma, entro il 2050, Groenlandia, Canada e Russia guadagneranno fette di mare, le loro Zone Economiche Esclusive cresceranno rispettivamente del 28%, 19% e 16%. L’accessibilità di questi settori di mare avrà benefici per il commercio, lo sfruttamento di riserve di combustibili fossili, la pesca, ed il turismo (proprio ieri si è conclusa ad Arkhangelsk, in Russia, una conferenza di esperti del settore turistico di sette paesi artici, per discutere sul futuro del turismo artico), ma, avvertono Stephenson e colleghi, tutto ciò innalzerà inevitabilmente il rischio di danni ambientali. I dati ora ci sono e potrebbero essere impiegati per ottimizzare le attività umane.