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Pinguini a rischio

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 di Tiziana Moriconi

Il problema si intitola “Trova il punto di rottura dell’ecosistema”. Ecco il testo. Prendete un lembo di Mare Antartico, con i suoi iceberg e i suoi pinguini, le foche, le balene e tutti i suoi pesci. Poi cominciate lentamente a togliere quasi tutte le balene e le foche, e osservate che il numero di pinguini si quintuplica in una cinquantina di anni. Poi reintroducete qualche balena e qualche foca, e aumentate la temperatura invernale di una manciata di gradi. A questo punto osservate che il numero di tutti i pinguini si dimezza improvvisamente. Domanda: cosa fa cambiare le dimensioni delle popolazioni di questi uccelli acquatici? In prima battuta verrebbe da dire “le balene e le foche”, le prime però non mangiano i pinguini e le seconde lo fanno saltuariamente. La seconda risposta chiama in causa lo scioglimento dei ghiacci. Peccato che a diminuire del 50% siano sia le specie che amano la banchisa, sia quelle che vivono benissimo senza. Quindi? In realtà, il “colpevole”, come accade in alcuni gialli, non è stato ancora nominato. Ed è l’assenza di krill, quei simpatici, piccoli gamberetti di cui si nutrono molte delle specie animali più grandi, e la cui disponibilità dipende da tutte le variabili citate nel problema.

Ad analizzare il drastico calo dei pinguini nella parte Ovest della Penisola Antartica e nel Mare di Scotia (tra Capo Horn e il Passaggio di Drake) e dare una probabile soluzione sono stati i ricercatori della Noaa(National Oceanic and Atmospheric Administration) e della Scripps Institution of Oceanography dell’Università della California di San Diego.

Come riporta uno studio pubblicato su Pnas, quell’area è tra quelle del pianeta che più stanno risentendo delle attività umane e che si stanno riscaldando più in fretta, con un amento della temperatura media dell’aria in inverno di ben 5-6 gradi, che ha portato a una sensibile riduzione della copertura di ghiaccio. Finora, l’ipotesi principale per spiegare i cambiamenti nella fauna era appunto la sea-ice hypothesis”, che implica una relazione semplice e diretta: se diminuisce il ghiaccio, diminuiscono anche le specie che ne hanno bisogno per vivere, e aumentano, di conseguenza, quelle che ne possono fare a meno.

Dopo aver analizzato i dati di 30 anni di ricerche e aver condotto recentemente un’ultima indagine, però, i ricercatori del Noaa e dello Scripps stanno ora dimostrando che quel meccanismo non spiega i cambiamenti osservati. Infatti, sia il pinguino di Adelia ( Pygoscelis adeliae), amante del ghiaccio, sia il Pinguino dell’Antardide ( Pygoscelis antarctica), che per nidificare lo evita, stanno morendo (queste due specie si prestano particolarmente bene allo studio degli ecosistemi, perché non sono mai state cacciate dagli esseri umani, e i cambiamenti nelle loro popolazioni sono sola conseguenza di quelli dell’habitat in cui vivono).

L’alternativa avanzata nel nuovo studio sembra convincente.

L’abbondanza dei pinguini, infatti, segue di pari passo quella dei gamberetti, molto disponibili dopo che i loro principali predatori, le balene e le foche, erano stati decimati lo scorso secolo (negli anni Settanta ce ne erano 150 milioni di tonnellate per predatore). La competizione per il cibo e l’aumento delle temperature sono i responsabili del calo del Krill e, quindi, degli uccelli. La situazione è destinata a peggiorare se i due trend non cambieranno, il che – avvertono i ricercatori – è particolarmente pericoloso per i pinguini antartici, dal momento che cacciano quasi esclusivamente in quell’area.