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Torino-Lione: un’opera ad alto rischio di figuracce

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«Un’opera fondamentale e irrinunciabile», l’aveva definita Silvio Berlusconi esattamente cinque anni fa, l’8 dicembre 2005. Di più: «Essenziale per il nostro futuro», aggiunse i13 marzo del 2006. Per questo, ha sentenziato il premier il 23 febbraio 2003, «la Torino-Lione si farà». Da quella promessa sono passati quasi due anni. I francesi dall’altra parte delle Alpi hanno scavato tre tunnel e invece noi siamo qui ad augurarci di poter evitare l’ennesima brutta figura europea. Come al solito in extremis. Che Bruxelles avesse capito quale piega stava prendendo in Italia la faccenda era chiaro già sei mesi fa, quando il coordinatore europeo del progetto Corridoio 5 Lisbona-Kiev, Laurens Jan Brinkhorst dichiarò: «I finanziamenti europei sono disponibili. Ma i Paesi interessati devono dimostrare di fare avanzamenti concreti, altrimenti la Ue potrebbe decidere di prendere in esame altri progetti, e sono molti». Avvertimento inequivocabilmente diretto al nostro Paese. Senza però colpire il bersaglio, a giudicare dai risultati. Così la prospettiva di perdere i 672 milioni di euro di fondi europei già stanziati, e di conseguenza mandare all’aria tutto quanto, si è fatta maledettamente concreta. A Bruxelles, secondo quanto ha scritto ieri sulla Stampa Marco Zatterin, si sta seriamente ragionando sull’invio di un clamoroso ultimatum a Roma. Ma si stanno pure prendendo in considerazione le eventuali opere alternative da finanziare. Per scongiurare l’eventualità che i finanziamenti europei vengano dirottati altrove i margini sono risicatissimi. Bisogna aprire entro marzo 2011 il cantiere per il tunnel esplorativo sul versante italiano. Operazione oggettivamente complicata, e non perché manchino i quattrini: quindici giorni fa il Cipe ha stanziato 143 milioni. II problema è il contesto ambientale, con le ostilità della politica locale che si sommano a quelle degli oppositori più radicali i quali considerano quella alla Tav «la madre di tutte le battaglie». Prima ancora di aprire i cantieri, però, si deve concludere entro la fine dell’anno, cioè nel giro di 24 giorni, il negoziato per rinnovare l’accordo del 2001 con i francesi. E questo è il nodo più difficile. C’è un aspetto finanziario non trascurabile: l’opera costa io miliardi di euro, di cui tre a carico del bilancio’ comunitario. In base alle vecchie intese grava sulle nostre spalle il 63% dei rimanenti 7 miliardi, ovvero 4,4 miliardi. Tantissimi soldi. Mentre la Francia deve farsi carico «solo» del 37%, vale a dire 2,6 miliardi. L’Italia chiede di riequilibrare le rispettive quote portandole più vicino possibile al 5o% ed è stato individuato un ipotetico sentiero. Anche se piuttosto tortuoso. A questo punto servirebbe un colpo di reni. Che potrebbe dare un governo forte, nella pienezza dei propri poteri. Ce la farà invece un esecutivo fragile, sfiancato da mesi di polemiche interne e il cui orizzonte certo arriva appena al voto di fiducia del 14 dicembre? I segnali, purtroppo, non vanno in questa direzione. La vicenda Tav altro non è che la cartina di tornasole di un clamoroso disarmo. L’incredibile decisione di fermare i lavori della Camera fino a quel giorno la dice lunga sull’attenzione che la politica italiana sta dedicando a tutto ciò che non siano i destini del Palazzo. C’è pure chi minimizza, sostenendo che se si dovesse firmare il nuovo patto con Nicolas Sarkozy alla fine di gennaio anziché alla fine di dicembre non morirebbe nessuno. Augurandosi magari che a gennaio la crisi politica sia superata. Ancora una volta, insomma, non resta che sperare nello stellone italiano. Ma di questo passo, anche se si riuscissero a salvare i fondi europei per la Tav, davvero si andrà poco lontano.

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