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Sanità, come eliminare gli sprechi e migliorare i servizi in questa giungla

L’Italia è il paese degli “ospedali fantasma”: costruiti e costati milioni di euro ciascuno, ma mai aperti oppure utilizzati solo in piccola parte. Se ne contano 132, in 16 regioni

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La spesa sanitaria pubblica in Italia è una giungla, Più che un rubinetto del welfare. Lì I tagli, non orizzontali, sono possibili e necessari. E porterebbero vantaggi diffusi: per i conti pubblici da alleggerire e per la qualità dei servizi da migliorare. Invece, ogni volta che si tocca il nervo scoperto della spesa sanitaria, si alza il grido dell’Apocalisse. La fine del diritto alla salute per i cittadini. E si dimentica che la giungla nasconde sprechi, privilegi, interessi di singoli o di categorie. E probabilmente per questo nessuno è mai riuscito, o ha mai veramente provato, a tagliare. Anche solo qualche ramo.

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La cabala degli ospedali  L’Italia è il paese degli “ospedali fantasma”: costruiti e costati milioni di euro ciascuno, ma mai aperti oppure utilizzati solo in piccola parte. Nell’ultimo censimento disponibile, come raccontano i giornalisti Michele Bocci e Fabio Tonacci nel libro “La Mangiatoia. Come la sanità è diventata il più grande affare d’Italia” (edizioni Mondadori), se ne contano 132, in 16 regioni. Una follia. Gonfiata, per decenni, da un perverso meccanismo di clientele politiche, pressioni corporative e sindacali, maneggi di finanziamenti pubblici. Il peggio del sistema Italia. Così a Vico del Gargano, in provincia di Foggia, l’ospedale è stato inaugurato 11 volte, ma non è mai entrato veramente in funzione. A Gerace, in Calabria, sono stati spesi quasi 10 miliardi di vecchie lire, e l’ospedale è stato utilizzato come rifugio delle pecore. Il cantiere dell’ospedale San Pio a San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento, è andato avanti per 52 anni, sono stati assunti primari, medici, ausiliari, infermieri professionali (ben 52, forse in omaggio al tempo record dei lavori), ma di questa struttura sanitaria è in funzione soltanto qualche ambulatorio e un piccolo centro di primo soccorso.

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Con il governo Monti si è cercato di passare dalla ricognizione degli “ospedali fantasma” a una concreta potatura di piccole strutture, i mini-ospedali, che non offrono garanzie di qualità dei servizi perfino in termini di sicurezza perché non hanno, per esempio, le attrezzature e i locali per l’emergenza. L’ex ministro Renato Balduzzi ha perfino firmato un regolamento con alcuni parametri da rispettare, su base regionale, per tagliare spese e sprechi dei mini-ospedali: 3,7 posti letto per ogni 1.000 abitanti e meno di sette giorni come tempo di degenza media. Ma poi anche questa razionalizzazione della spesa pubblica, come avviene spesso, si è bloccata nel pantano di veti e di proteste spesso di puro campanilismo. Risultato: sul tavolo del ministro Beatrice Lorenzin c’è un elenco con 160 ospedali italiani che hanno meno di 120 posti letto e sono, potenzialmente, da chiudere. Diciamo pure che non sono tutti inutili, ma certamente una fetta di questi mini-ospedali si potrebbe tagliare, con accorpamenti, razionalizzazione dei servizi e dando ai cittadini più risparmi e migliori prestazioni. Qualcuno riuscirà a farlo?

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Analisi e diagnosi a ruota libera – Ogni anno 40 milioni di italiani, record europeo, si sottopongono a una tac in ospedali pubblici e cliniche private convenzionate. A questa sbornia di indagini, con relative radiazioni, pagate dal Servizio nazionale, si abbina un mistero geografico: il costo dell’accertamento. Una tac con 64 slice costa 1.554 euro in Campania, 1.397 euro nel Lazio e 1027 euro in Emilia Romagna. Sali l’Italia e lo Stato risparmia, la scendi e lo Stato paga pegno. Come mai? Mistero. Come l’industria drogata dei laboratori di analisi, altro costo a spese della collettività. Quelli convenzionati, secondo l’Agenzia per i servizi sanitari regionali (controllata dal ministero della Salute), soltanto nel Lazio sono 5mila, mentre ne basterebbero 500. In attesa di una sforbiciata, andiamo avanti allegramente con un diluvio di rimborsi cash, in contanti, delle analisi.

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I farmaci di Pantalone – Ciascun ospedale italiano, in media, spende 110 milioni di euro per l’acquisto di dispositivi medici e 90 milioni di euro per i farmaci: sono dati forniti dalla Società italiana di farmacia ospedaliera. Anche in questo caso, con enormi differenze da una Asl all’altra, da regione a regione, da città a città. Tutte queste forniture, come gli appalti per i pasti dei degenti, la lavanderia, andrebbero portate entro dei parametri standard, riconosciuti almeno su base regionale, se non nazionale. Una cosa impossibile, finora, in Italia, grazie anche alla partecipazione straordinaria dei Tar che hanno bocciato qualsiasi meccanismo di “spesa omogenea”. Eppure così si potrebbe risparmiare tanto.

Il presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha scoperto che negli ospedali del suo territorio un ago può costare 10 centesimi o 2 euro, la differenza non conta, tanto paga Pantalone. Il governatore ha appena introdotto una leggina, intitolata “Ospedali Basta Sprechi”, con la quale per 102 dei 4mila prodotti acquistati dagli ospedali laziali viene fissato “il prezzo di riferimento”, valido per tutti. Un meccanismo elementare, semplice, con il quale nel Lazio si dovrebbero risparmiare 15 milioni di euro da qui al 2014. E se si riuscisse ad applicare questo criterio per tutti i 4mila prodotti e in tutte le regioni italiane, quanto si risparmierebbe?

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I pazzi ticket – Con i ticket per l’acquisto dei farmaci e per la diagnostica da parte dei privati, siamo nella stessa giungla della spesa ospedaliera. Ogni regione applica il suo ticket e le sue esenzioni, con una stessa musica di fondo: tutto a tutti. E i conti non possono tornare, perché ci sarà pure una differenza da marcare, non solo attraverso le esenzioni per le fasce più deboli, tra un ricco professionista e un pensionato da 1.500 euro al mese? E possiamo ancora permetterci questo scialo? Con nuove ingiustizie in arrivo, altro che spending review! La celiachia non è più un malattia rara e ormai colpisce 1 italiano su 100: tutti ricevono un bonus mensile, pari a 1.200 euro l’anno per acquisti di prodotti ad hoc per questo tipo di patologia.

Lo Stato del “tutto a tutti”, in realtà, più che i celiaci protegge un cartello di aziende che controllano, con la complicità dei farmacisti, questo mercato. Se si facesse ordine, per esempio, graduando i bonus in base al reddito e finendola con l’oligopolio dei prodotti certificati per i celiaci, qualcuno potrebbe, con onestà, gridare alla fine dell’assistenza sanitaria pubblica?

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