Zoila Yakelin Arevalo Cruz, 38 anni, specialista in medicina d’emergenza, nata a Cuba, ha deciso di partire per l’Italia nell’ambito del programma che tra il 2022 e il 2023 ha portato medici cubani a lavorare negli ospedali calabresi. Ha lasciato a Cuba anche il figlio piccolo, una scelta che lei stessa ha raccontato come difficile sul piano personale.
La sua destinazione è stata Polistena, nella provincia di Reggio Calabria, all’ospedale Santa Maria degli Ungheresi, dove lavora nel pronto soccorso. In quel reparto, i medici cubani sono diventati una parte importante dell’organico: sei medici cubani rappresentano circa metà del personale del pronto soccorso, che gestisce circa 30.000 accessi l’anno.
Quando è arrivata, Zoila si aspettava un sistema sanitario europeo molto diverso. In un’intervista ha raccontato la sorpresa nel vedere la carenza di medici anche in una regione dell’Unione Europea: «non pensavamo che la carenza di medici fosse così grave». Ha spiegato che prima dell’arrivo del nuovo personale i pazienti potevano aspettare anche otto o dodici ore in pronto soccorso; secondo la sua testimonianza, con più medici in servizio i tempi si sono ridotti.
La sua integrazione è passata anche dalla lingua e dal rapporto con i pazienti. Le cronache raccontano che ha imparato l’italiano fino a usarlo quotidianamente e che ha imparato anche alcune espressioni del dialetto locale parlando con gli abitanti che tornavano a salutarla dopo essere stati curati.
I medici cubani come Zoila sono arrivati in Calabria perché il sistema sanitario regionale ha una forte carenza di personale, soprattutto in reparti difficili da coprire come emergenza-urgenza, anestesia, medicina interna e altri settori ospedalieri. L’accordo iniziale, che risale al 2022, prevedeva un contingente fino a circa 497 medici cubani; secondo dati riportati in atti del Consiglio regionale, nel 2025 erano circa 370 quelli presenti nelle strutture calabresi.
La presenza dei medici cubani in Calabria è finita nel mirino dell’amministrazione americana, e questo rende tutto più complicato.
Washington sostiene che le missioni mediche cubane siano una forma di sfruttamento del lavoro: secondo le autorità americane, il governo cubano incassa una parte consistente dei compensi pagati dai Paesi stranieri e limita la libertà economica dei medici coinvolti. Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha definito queste missioni una forma di “tratta di esseri umani”.
Gli Stati Uniti considerano inoltre queste missioni uno strumento con cui il governo cubano:
- ottiene valuta estera in un momento di grave crisi economica;
- costruisce influenza diplomatica all’estero attraverso quella che viene spesso chiamata “diplomazia sanitaria”.
Da questa prospettiva, pagare Cuba per avere medici significa, secondo Washington, rafforzare economicamente il governo cubano nonostante le sanzioni e la lunga contrapposizione politica tra i due Paesi.
La Regione Calabria sostiene invece che il problema sia molto concreto: mancano medici disposti a lavorare in alcuni ospedali, soprattutto nei reparti più pesanti come pronto soccorso ed emergenza. Per questo i medici cubani sono stati considerati una soluzione temporanea per evitare difficoltà operative. Per il momento e per evitare ulteriori tensioni con la Casa Bianca, l’amministrazione regionale calabrese ha stabilito che i contratti vanno stipulati con i sindaci medici, e non attraverso l’agenzia sanitaria del governo cubano, e i soldi degli stipendi vanno accreditati su conti correnti italiani, evitando così di finanziare, indirettamente, il governo cubano.
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