Una persona pacata non è né debole né ingenua

Al contrario, la sua forza deriva dalla capacità di controllarsi e di persuadere. con le idee chiare e non inquinate dagli impulsi

COME ESSERE PACATO
Quando incontriamo una persona pacata, abbiamo la sensazione di trovarci di fronte a un marziano, e la prima reazione è associare questo atteggiamento alla debolezza, all’ingenuità e persino a un sintomo di scarsa intelligenza. Un classico effetto ottico, dovuto agli occhiali con i quali oggi allunghiamo lo sguardo verso gli altri: tempi stretti e fretta incombente (dicono che siamo nell’era della velocità, anche se non spiegano per andare dove…); tendenza all’uso di strumenti violenti, aggressivi, anche nel linguaggio, ormai modellato dal gergo social; una naturale e diffusa diffidenza; il vizietto di sbracciare per mostrarsi e apparire ciò che non siamo.
Così, senza rifletterci troppo, dopo aver dato dell’inetto a chi è semplicemente pacato, liquidiamo uno stile (la pacatezza, in questo senso, è come la sobrietà: si vede molto all’esterno) che invece è prezioso, e in alcuni casi insostituibile.  Soltanto una persona pacata è in grado, con naturalezza, di usare la ragione per controllare i propri impulsi emotivi prigionieri di umanissime facezie, come la rabbia, la paura, l’incertezza. La pacatezza spegne questi fuochi, con la forza di un estintore, e aiuta a restare lucidi, a non cedere agli impulsi e talvolta all’emotività.
 Solo una persona pacata è in grado di assorbire, con convizione e razionalità, la parola della scienza, resistendo alle fake news, non cedendo alle sirene degli allarmismi, distinguendo una saggia precauzione da un’inutile tendenza al parossismo. In questo modo la  pacatezza è un linguaggio, difficile da praticare in tempi di parole forti, slogan, semplificazioni, fake news, ma non per questo meno utile. Si tratta di posture, fisiche e verbali,  costruite sulla relazione, sulla necessità dell’ascolto e sulla possibilità, da non escludere mai, che le ragioni degli altri siano più convincenti delle nostre.
 Chi ha la fortuna di essere pacato, lo riconoscete dal dettaglio di un tono di voce, di uno sguardo di un sorriso: piccoli segnali di autorevolezza, consapevolezza, forza emotiva. Il contrario della debolezza e dell’ingenuità. Un bonario ma assoluto dominio di sé, una forza che non appare, resta dentro ma proprio per questo ha più possibilità di affermarsi. Con tranquillità, e senza lo spreco della violenza.  La pacatezza è una virtù molto alta, e molto rara, tipica delle persone che sanno guardare il mondo senza stare con la testa chinata sul proprio ombelico. E così riescono non a cancellare passioni, desideri, sogni, ambizioni, ma a regolarli secondo un ordine delle cose che parte dalla nostra volontà.

In questo senso, l’orizzonte della pacatezza è solo apparentemente scontato. Mostrarsi in equilibrio, approcciare l’altro con un tono garbato, non è un cedimento, una resa o comunque un segnale di debolezza. E’ piuttosto un metodo, che aiuta a non restare bloccati nella palude del rancore, della rabbia, delle chiusure nei confronti degli altri. Fino a essere pronti, perché no, a cambiare idea, sapendo che solo gli stupidi, o gli arroganti, restano barricati nelle loro idee e non hanno alcuna intenzione di modificarle. Mai.

La pacatezza, in quanto governo di sé, è disciplina, una tipica virtù dell’uomo capace di persuadere e convincere dalla porta principale, attraverso la ragione e il cuore, e non con la scorciatoia della paura o dell’imposizione. I pacati, nel medio-lungo termine, non possono perdere la loro partita: sanno che questa forma di auto-controllo è vincente. E apre infinite possibilità per declinarla. Un leader, nella sfera pubblica come in una famiglia o in un condominio, è consapevole del fatto che per affermare le sue ragioni non ha bisogno di alzare la voce, essere sgarbato, urlare, vomitare frasi fatte e slogan. Deve giocare la sua partita con le mani nude e impastate di una convincente e persuasiva ragionevolezza.

L’etimologia della parola (che deriva dal latino pācātu, participio del verbo pācāre”, che significa rendere pacifico, placare, calmare, indica un ultimo connotato della pacatezza: la sua forza, aumentata anche dall’eccezionalità di un atteggiamento così raro, la rende contagiosa. La persona pacata è spiazzante, e quasi costringe l’interlocutore a mettersi sullo stesso piano di equilibrio, senza andare alla inutile e ossessiva ricerca di nuovi conflitti. Quelli che ci portano a sprecare tempo, salute e innanzitutto relazioni umane.

 

Frasi celebri sulla pacatezza

  • «Impara a essere pacato e sarai sempre felice» Paramahansa Yogananda

Esiste una relazione molto stretta tra la pacatezza e la serenità. Una volta che la pacatezza diventa il metodo con il quale sviluppiamo il nostro linguaggio e le nostre relazioni umane, il pericolo della rabbia, che si abbina sempre all’infelicità, se non scompare, almeno si ridimensiona.

 

  • «Chi vuole imporre la sua volontà deve parlare a bassa voce» Francoise Giroud

La pacatezza è anche un modo di parlare, uno stile. Affine alla sobrietà. Due modi molto solidi per essere convincenti, senza urla, senza alzare la voce, senza strillare. E senza essere prepotenti o maleducati.

 

  • «La vera pace è tranquillità nella libertà» Papa Giovanni XXIII

La libertà è il frutto di scelte talvolta controcorrente. E la scelta della pacatezza, in un mondo di urlatori facili, si traduce in una pacifica tranquillità.

 

  • «Dobbiamo imparare a camminare prima di poter correre» E.L. James

La pacatezza aiuta anche a riconoscere che nella vita serve gradualità. Qualsiasi obiettivo si raggiunge nel tempo, con passione e convinzione.

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