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“Oggi alla riunione mando il robot”

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La sala riunioni è già pronta, le bottigliette disposte sul tavolo, gli smartphone in modalità vibrazione. Manager e direttori dei vari dipartimenti si stanno scambiando i soliti saluti, quando a un certo punto arriva lei (ci piace immaginarla donna). Cammina su due ruote e guarda il mondo attraverso una webcam. In testa, a mo’ di cappello, porta un display a cristalli liquidi. Al suo passaggio tutti si fanno da parte, tra sorrisi incuriositi e sopracciglia alzate. Ma Cris procede a passo spedito, dribla sedie e piante da ufficio, fino a prendere il suo posto al lato "che conta" del tavolo. A renderla ancora più sicura di sé è il fatto di poter essere in cinque parti del mondo nello stesso momento. Ciò che si muove tra i corridoi di questo grattacielo di Shanghai, infatti, non è che uno dei suoi tanti avatar, o meglio "robot per la telepresenza".

Dopo mesi e anni di gestazione, queste macchine  –  definite anche "sistemi di presenza remota" – stanno iniziando a fare la loro comparsa in uffici, convegni, ospedali e persino scuole particolarmente hi-tech. C’è chi li trova ancora rudimentali  –  il loro "corpo", per così dire, è formato da uno schermo, una videocamera, due casse e un microfono su ruote  –  ma sono in molti a considerarli il futuro delle interazioni a distanza. Recentemente hanno attirato l’attenzione della rivista New Scientist 1 e di vari ricercatori universitari, che insieme stanno cercando di capire le potenzialità e i limiti di questa tecnologia capace di far accarezzare agli esseri umani il sogno dell’ubiquità.

Una delle aziende leader nella produzione di robot per la telepresenza è Anybots 2, fondata nel 2001 a Mountain View, in California, da Trevor Blackwell. I suoi robottini si chiamano QB e consentono  –  spiega il fondatore – "di interagire con i colleghi da casa o da qualsiasi altro luogo, liberandosi una volta per tutte dei vincoli imposti dai tradizionali mezzi di comunicazione a distanza". QB, infatti, si comanda da remoto tramite un qualsiasi web browser ed è concepito in maniera tale da essere sufficientemente agile per destreggiarsi in spazi complessi e affollati. Il meccanismo, in sostanza, è lo stesso di una normale videoconferenza, con il vantaggio di avere una massa fisica e potersi spostare da una parte all’altra.

Secondo Leila Takayama 3, scienziata sociale esperta in interazioni umano-robot, il vero valore aggiunto di questi sistemi consiste nella possibilità, da parte di chi li usa, di giocare tutte le carte della presenza fisica. "La telepresenza  –  spiega la ricercatrice  –  serve soprattuto per le comunicazioni informali, per gli incontri che avvengono dietro le quinte di un grande meeting, prima o dopo i discorsi ufficiali. È in queste occasioni che nascono gli accordi e le decisioni più importanti: se non ci sei fisicamente, sei fuori, nessuno ti telefonerà o si metterà di fronte a un computer per coinvolgerti nella discussione".

Nell’azienda per cui Takayama lavora  –  la Willow Garage 4, con base a Menlo Park, in California  –  l’attività di ricerca sui sistemi di presenza remota è cominciata quasi per caso. Due ricercatori  –  Dallas Goecker e Curt Meyers  –  erano impegnati nella realizzazione di PR2, piattaforma per la progettazione robotica, uno dalla California, l’altro dall’Indiana. A un certo punto, frustrati da telefoni e videoconferenze, hanno deciso di investire il loro know-how tecnologico per creare dei "bot da battaglia": così è nato il primo prototipo di Texai, l’avatar robotico utilizzato, ed esempio, dal  fondatore di Goolge Sergey Brin per prendere parte all’evento annuale organizzato dalla X Prize Foundation.

Oltre che da Brin, il sistema è stato testato e utilizzato da altri guru dell’hi-tech, i cui commenti, talvolta entusiastici, talaltra più freddini, lasciano comunque intendere che potremmo essere di fronte a un cambiamento significativo. Sempre più spesso, infatti, manager e CEO fanno ricorso a questi sistemi di telepresenza, sia per partecipare a meeting internazionali che per fare una visita virtuale a uffici o stabilimenti oltreoceano. Tra i fan della categoria c’è un altro "Google man",  Johnny Chung Lee 5, che ne ha addirittura costruito uno per interagire con la fidanzata quando le trasferte sono inevitabili. Lee, una delle menti dietro alla realizzazione della periferica Kinect di Microsoft, ha messo insieme il suo alter-ego domestico utilizzando componenti già pronte. Dopo di che ha scritto una semplice applicazione per comandarlo a distanza tramite un computer incorporato: et voilà, la coppia è virtualmente riunita e il tradimento (virtualmente) impossibile.

Ci sono realtà che prendono la faccenda più seriamente e vedono un futuro in cui la telepresenza potrà essere utilizzata in scenari tanto diversi quanto un ospedale, una scuola e  –  perché no  –  un meeting tra capi di Stato. Ne è un esempio VGo Communications 6, società con quartier generale a Nashua, nel New Hampshire, specializzata nella realizzazione di soluzioni per l’interazione fisica e visiva. Da un paio d’anni a questa parte, robottini targati VGo hanno cominciato a fare il loro ingresso in centri medici, scuole e università dal Paese. Alcuni studenti, impossibilitati ad andare a lezione per problemi di salute, li usano per interagire con compagni e professori in classe.

L’efficacia dei sistemi di presenza remota nei contesti lavorativi non è stata ancora valutata in termini qualitativi. Diversi studi, soprattutto a livello universitario, sono in corso per cercare di evidenziarne i pro e i contro. Alcuni ricercatori della Carnegie Mellon University 7 di Pittsburgh, ad esempio, hanno monitorato il comportamento di e verso questi avatar robotici in tre aziende che utilizzano il sistema di telepresenza sviluppato dalla Willow Garage.

A quanto pare i benefici ci sono. "Le persone che lavoravano da remoto interagivano con gli altri colleghi come se fossero stati fisicamente nello stesso posto", riferisce Min Kyung, ricercatrice alla Mellon. "Utilizzavano i robot sia per essere presenti ai meeting che per partecipare ai momenti comunitari più informali, come una chiacchierata davanti al distributore di caffè o una pausa in sala relax. Soprattutto, dalla nostra indagine è emerso che ai dipendenti in carne e ossa piaceva interagire con loro". Anche dal punto di vista di chi era a casa a governare la macchina l’esperienza è stata raccontata in chiave sostanzialmente positiva. "La maggior parte dei lavoratori remoti  –  spiega ancora Kyung  –  ha affermato di aver provato un senso di vicinanza maggiore rispetto ai tradizionali strumenti di comunicazione a distanza, come telefonate, videoconferenze o chat. In molti, poi, hanno tratto giovamento psicologico dal fatto di sentirsi rappresentati da un’entità fisica".

Non mancano, tuttavia, gli aspetti più problematici. Uno su tutti la dipendenza dagli umori della rete. Basta infatti un’oscillazione della velocità di connessione a internet per far perdere diverse diottrie all’avatar, che a quel punto inizia a non vedere bene, con il rischio di scivolare in modalità "sonnellino". C’è poi chi sostiene che questi robot debbano avere un aspetto un po’ più curato, per scongiurare il rischio  –  come è successo ad alcuni "remote workers" – di essere scambiati per un poggiapiedi piuttosto che un appendiabiti. Per ora, tuttavia, l’estetica può aspettare, visto che un avatar Anybots costa la bellezza di 15.000 dollari.