L'ottavo colle incombe su Roma | Non Sprecare
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L’ottavo colle incombe su Roma

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«Spaghi troppo corti per essere usati». Così era scritto su una scatola che teneva in casa la madre di Luciano De Crescenzo, il saggista, romanziere, commediografo napoletano. «Quando io ero ragazzo l’immondizia si chiamava monnezza e consisteva in un sacchettino che ogni mattina veniva ritirato direttamente a casa da un impiegato del Comune, detto munnezzaro», spiegò anni fa De Crescenzo sul «Corriere», «Una famiglia normale come la mia (due genitori, due figli e una domestica) non andava oltre i duecento grammi e il pacchetto era costituito prevalentemente da bucce di ortaggi e di frutta. Questo anche perché esisteva l’abitudine di non buttar via mai niente». Compresi, appunto, quegli spaghi da scarpe troppo corti per essere usati o annodati con una prolunga: non si sa mai, diceva la madre, «possono sempre servire».
 

Basta questo dettaglio, più di tanti saggi scientificamente e storicamente dettagliatissimi, a spiegare come è cambiato il rapporto fra noi e l’immondizia. Qualche anno fa, a New York, uscì un libro intitolato Rubbish! The archeology of garbage (Pattume! L’archeologia della spazzatura) in cui William Rathje, un professore di archeologia dell’Università dell’Arizona, raccontava che cosa aveva scoperto nella vita degli americani scavando, a dispetto del fetore ammorbante e delle nuvole di moscerini, nella più grande discarica del mondo, quella dei Fresh Kills. Un terreno paludoso dove dal 1948 furono depositati i rifiuti di New York. Lo stesso Rathje avrebbe potuto trovare straordinari spunti studiando nel cuore del Monte Stella, la cosiddetta Montagnetta di San Siro, l’unica altura dell’area di Milano, dove oggi i cittadini vanno a passeggiare, a correre o perfino a sciare in certi giorni di neve ma che contiene sotto lo strato di erba, cespugli, siepi e alberi, le macerie degli edifici bombardati nella Seconda guerra mondiale.
 

Anche Roma, prima dell’immondo «ottavo colle» di cui parla il libro su Malagrotta di Paola Alagia e Massimiliano Iervolino Con le mani nella monnezza (Reality Book), denunciando la sconcertante e scandalosa catena di rinvii, inadempienze, proroghe, illegalità che rischiano di essere preludio a una disfatta ambientale «alla napoletana», ha visto sorgere altre alture non naturali. È il caso, ad esempio, del Mons Testaceum , cioè il Monte dei Cocci al Testaccio, che deve il suo stesso nome alle testae , cioè ai laterizi buttati lì per secoli insieme con i vecchi coppi, le vecchie terracotte, le vecchie anfore usate per trasportare ogni merce da tutto l’impero nella caput mundi . Non bastasse, accanto ad altri quali Monte Savello e Monte dei Cenci, sarebbe artificiale e costituito da un’antica discarica di cocci e laterizi lo stesso Monte Citorio. Ed è lì che puoi vedere il punto di contatto tra quella antica discarica capitolina e quella nuova di Malagrotta raccontata da Alagia e Iervolino. Un rapporto centrato su una parola chiave della nostra politica: la proroga.
 

Non c’è problema della vita pubblica che governi e parlamenti non abbiano scelto di affrontare con proroghe su proroghe. Nel frattempo, quella sterminata discarica, via via diventata la più grande d’Europa con i suoi oltre 35 milioni di tonnellate di rifiuti smaltiti in questi decenni, continua a crescere e crescere in attesa di una chiusura che, mille volte annunciata, è stata mille volte rinviata. A dispetto delle sacrosante proteste degli abitanti dei dintorni, costretti a pagare un prezzo altissimo alla incapacità delle amministrazioni capitoline, democristiane e socialiste, sinistrorse e destrorse, di spronare la raccolta differenziata (nel 2011 ancora inchiodata a un umiliante 23 per cento), portandola a livelli di decenza europea.
 

C’è chi dirà che quanto avviene a Ponte nelle Alpi, il centro di ottomila abitanti in provincia di Belluno che possiede l’indice di buona gestione più elevato d’Italia (87,28 per cento dei rifiuti riciclato) è molto più complicato in una grande città. Che i veneti, in testa alla classifica delle regioni con il 67 per cento, hanno tradizioni civiche diverse, che aiutano gli amministratori più che in una metropoli millenaria quale Roma, descritta un secolo e mezzo fa da Charles Dickens, in Visioni d’Italia , con parole disgustate: «La via terminava in uno spiazzo dove si sarebbero visti cumuli d’immondizie, mucchi di terraglie infrante e di rifiuti vegetali, se non fosse che a Roma simile mercanzia si getta dappertutto, senza accordare preferenze ad alcun sito particolare».
 

Certo è che da decenni la discarica di Malagrotta, nel pressoché totale disinteresse dei romani (occhio non vede, naso non annusa…), contribuisce a deturpare uno dei paesaggi mitici che incantavano i grandi viaggiatori del passato, da Wolfgang Goethe allo stesso Dickens. Cosa resta, di quei paesaggi di struggente bellezza? Se lo chiede in Breve storia dell’abusivismo edilizio in Italia anche Paolo Berdini: «Lo scarso rigore delle regole ha provocato la sostanziale cancellazione del paesaggio agrario che circondava la città e che per secoli ha lasciato sbalorditi i tanti viaggiatori che si recavano nella città eterna. Deroga dopo deroga, l’agro romano è oggi ridotto a pochi lacerti spesso abbandonati e circondati da una inesauribile pressione edificatoria».
 

 
Montagne di rifiuti a Malagrotta su cui volano gabbiani affamati (Jpeg)

Monnezza cementizia, monnezza culturale, monnezza vera e propria. Scriveva in quell’articolo citato Luciano De Crescenzo: «L’invenzione più pericolosa del XX secolo non è stata, come molti credono, la bomba atomica, ma l’immondizia. Non si ha idea di quante tonnellate di rifiuti vengano prodotte dalle cosiddette civiltà avanzate e di quante tonnellate s’apprestino a produrre, per legittima par condicio , i Paesi in via di sviluppo. In Italia si calcola che ogni abitante, nel suo piccolo, produca un chilo e 650 grammi di spazzatura al giorno, ovvero sei quintali l’anno, ovvero 48 tonnellate nel corso della vita, pari, quindi, a ottocento volte il proprio peso corporeo».
E spiegava che tutti noi dobbiamo farci carico del problema. Perché i nostri consumi sono diversi da quelli dei nostri nonni.

Ed è cambiato tutto, irreversibilmente, da quando Goethe raccontava ammirato di come i napoletani riciclassero le verdure e i cibi che restavano al mercato: «Lo spettacoloso consumo di verdura fa sì che gran parte dei rifiuti cittadini consista di torsoli e foglie di cavolfiori, broccoli, carciofi, verze, insalata e aglio; e sono rifiuti straordinariamente ricercati. I due grossi canestri flessibili che gli asini portano appesi al dorso vengono non solo inzeppati fino all’orlo, ma su ciascuno di essi viene eretto con perizia un cumulo imponente. Nessun orto può fare a meno dell’asino. Per tutto il giorno un servo, un garzone, a volte il padrone stesso vanno e vengono senza tregua dalla città, che a ogni ora costituisce una miniera preziosa. E con quanta cura raccattano lo sterco dei cavalli e dei muli!».

Oggi no, oggi ci vogliono mesi e anni e decenni e perfino secoli, in certi casi, perché la natura riassorba quello che noi buttiamo.
Oggi, scrive De Crescenzo, «ammesso che la pulizia s’identifichi con l’ordine e la sporcizia col disordine, rimuovere l’immondizia non vuol dire pulire, ma solo mettere in ordine un posto per disordinarne un altro». Come, appunto, Malagrotta. L’«ottavo colle», orrendo e puzzolente, eretto a monumento dell’insensatezza della città dei sette colli. Un monumento simbolo dell’Italia peggiore. Quella che, di rinvio in rinvio, sposta i problemi «più in là».

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