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La verita’ sull’ecomafia, un’industria ormai nazionale

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Immaginate una fila di 82mila tir incolonnati, da Milano a Reggio Calabria, e carichi di spazzatura (due milioni di tonnellate): con una metafora fotografica molto efficace Legambiente ha sintetizzato i rifiuti sequestrati in Italia nel 2010 per traffico illecito e smaltimento illegale. Un’enormità. E anche un tesoro nelle mani della ecomafia SpA, cioè di quei trecento clan che sui reati ambientali costruiscono una buona parte della loro fortuna.

L’epicentro del fenomeno è, ovviamente il Sud,  con la Campania in testa (4.113 persone denunciate e arrestate in un solo anno), seguita a ruota da Calabria, Sicilia e Puglia. Ma sarebbe un errore, viziato da qualche pregiudizio ideologico, mettere sul conto solo del Mezzogiorno, prigioniero della malavita e dei suoi presidi sul territorio, il disastro di un’illegalità così diffusa da avere modificato anche i suoi confini geografici. Innanzitutto una buona parte di questi rifiuti sono sequestrati nel Sud, ma provengono da impianti industriali del Nord e, come dimostrano le segnalazioni dell’Agenzia delle dogane, dai porti meridionali sono poi diretti in Cina, in Corea e in Malesia. Inoltre è proprio il rapporto di Legambiente a segnalare una novità molto significativa nella ripartizione regionale dell’attività dell’ecomafia: ormai la Lombardia ha quasi raggiunto la Campania nella quota di illeciti relativi al ciclo dei rifiuti, con una percentuale del 12 per cento rispetto al totale nazionale. Questo che cosa significa? Semplicemente che l’ecomafia è un’organizzazione di respiro nazionale, capace di spostare i suoi veleni in tutte le regioni, secondo le convenienze e le opportunità. D’altra parte la criminalità organizzata è impegnata da tempo ad allargare la sua area di influenza verso il Nord, come dimostrano anche recenti studi della Banca d’Italia. Tra il 2004 e il 2009, per esempio, le denunce per associazione di stampo mafioso si sono concentrate, per i quattro quinti, nelle province di Milano, Bergamo e Brescia; e soltanto nel Veneto sono ormai 22 i comuni con beni sequestrati a esponenti dei clan. Dunque, chi volesse ricondurre l’ecomafia a un cancro del Mezzogiorno farebbe soltanto della propaganda, inservibile per mettere in campo efficaci politiche repressive e inadatta a spiegare come sia possibile che in Italia si consumino 3,5 reati ambientali all’ora e il fatturato della criminalità in questo settore viaggi attorno ai 20 miliardi di euro.

C’è infine un’ultima considerazione da fare sul salto di qualità dei clan in questo universo di reati collegati alla devastazione dell’ambiente ed a un generale peggioramento della qualità della vita di tutti i cittadini. Quando si parla di ecomafia, oltre ai veleni dei rifiuti, bisogna aggiungere il ciclo del cemento, a partire dalle costruzioni abusive, le frodi alimentari e perfino il racket degli animali. Parliamo, quindi, di una vera attività industriale, molto differenziata e con complicità diffuse che riguardano la politica, la pubblica amministrazione, le società di consulenza professionale. Un vero network di competenze e di ruoli. E dovrebbe fare riflettere chi ancora promette condoni edilizi, magari alla ricerca di qualche voto durante la campagna elettorale, il fatto che  nel 2010 lungo le coste della Calabria è stato accertato un abuso ogni 100 metri, e soltanto in Campania sono state costruite 16 abitazioni abusive al giorno. In gran parte, sicuramente, non destinate a cittadini senzatetto, ma utilizzate per gonfiare il fatturato dell’ecomafia SpA, l’unica azienda italiana che non conosce la parola recessione.