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Migranti in Sicilia, nasce un Centro per studiarli dove sbarcano

Una bella scommessa in Sicilia: parte un’associazione, intitolata al Mediterraneo e all’Europa, per indicare una cura per il rilancio dell’isola. A partire dall’accoglienza agli stranieri…

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ASSOCIAZIONE MEDITERRANEO SICILIA EUROPA –

La Sicilia che pensa in grande. E arriva perfino a candidarsi come il vero hub naturale di un’Europa che, attraverso la porta mediterranea dell’accoglienza e della solidarietà (avete presente la generosità di Lampedusa?), riesce a trovare nuove forme di convivenza per integrare gli stranieri e non respingere, con muri e barriere, il flusso biblico dei migranti. Nasce con questa ambizione, che in apparenza può sembrare perfino velleitaria, l’associazione Mediterraneo, Sicilia, Europa. In realtà, di velleitario nel progetto c’è ben poco, se mettiamo nel conto la prima iniziativa di Mediterraneo, Sicilia, Europa annunciata a Catania, durante la presentazione ufficiale dell’associazione: un Centro studi sul fenomeno della migrazione, ancorato nella Sicilia degli sbarchi a raffica e nel tessuto universitario della regione, con sede a Noto presso Il Centro universitario mediterraneo orientale.

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IL LIBRO DI MAURIZIO CASERTA E ALDO PREMOLI –

Il manifesto scientifico dell’associazione, in qualche modo la sua piattaforma scientifica, è il denso libro (non a caso intitolato Mediterraneo, Sicilia, Europa: un modello per l’unità europea ), pubblicato da Malcor D’edizione e scritto a quattro mani da Maurizio Caserta, professore ordinario di Economia Politica dell’università di Catania, e dal giornalista e scrittore Aldo Premoli. Il testo contiene una fotografia molto documentata della fallimentare desertificazione dell’isola, e tra i tanti dati ne cito solo due, da brividi: le immatricolazioni negli atenei siciliani sono crollate del 25 per cento negli ultimi anni (nel frattempo si sono moltiplicate cattedre e corsi) e ogni dodici mesi circa 7mila diplomati lasciano la Sicilia per andare a iscriversi in qualche facoltà del Centro o del Nord Italia. Nell’isola che si svuota di competenze, di energie, di ricambio generazionale, e quindi di futuro, non resta che la cappa di un perverso rapporto tra le classi dirigenti politiche ed economiche, uno scambio viziato all’origine, protezione in cambio di rendite, che ha spezzato le gambe a qualsiasi forma di crescita.

LA SICILIA SECONDO CASERTA E PREMOLI –

Nel racconto di Caserta e Premoli la Sicilia ha subìto una sorta di percorso transgender, di identità violata, con un modello di sviluppo che l’ha trasformata in un posto ricco di risorse, quasi sempre sprecate o male utilizzate dal punto di vista degli interessi collettivi, ma povero di redditi. Anzi, sempre più povero. Da dove ripartire per provare a invertire la tendenza? Qui nasce l’azzardo, sul filo della provocazione, di Caserta e Premoli, che mettono sul tavolo due parole-chiave della storia antica e allo stesso tempo della nuova identità della Sicilia: accoglienza e integrazione. Un mix di strategie che possa restituire ai siciliani, accoglienti nell’anima, la loro genetica ricchezza ambientale, culturale, turistica, trasformandola nella risorsa di una comunità, e allo stesso tempo offrire un modello, per l’Europa, non solo per l’Italia, di buona integrazione sul territorio.  Qualcosa del genere, per la verità, già si vede in piccoli luoghi e comuni dell’isola (a differenza della scandalosa situazione dei grandi centri di accoglienza, come Pozzallo), dove i beni artistici e ambientali sono stati ben valorizzati, hanno realizzato aree di nuova economia, e dove, allo stesso tempo, l’immigrazione è stata ben assorbita, generando valore per la comunità e non panico, violenza o rabbia. Sono i soliti punti del Mezzogiorno, ed a maggior ragione della Sicilia, a macchia di leopardo. Punti che possono diventare, se ben integrati, riprodotti, allargati, le maglie di un sistema isolano, come sognano Caserta e Premoli.

IL FUTURO DELLA SICILIA –

Non nascondiamo, però, il fatto che un futuro della Sicilia, meno plumbeo del recente passato e del presente, ha uno snodo fondamentale nell’uso dell’autonomia speciale, che proprio in questi ha festeggiato i suoi 70 anni di statuto regionale. Cancellare la Sicilia come regione speciale, come qualcuno chiede con una pura suggestione intellettuale, dopo decenni di sprechi e di clientele, non solo non è possibile, ma sarebbe anche controproducente. I siciliani, nelle nuove generazioni che speriamo non continuino ad abbandonare l’isola, devono coltivare la religione della responsabilità. Per farlo, a proposito di regioni a statuto speciale, potrebbero dare un occhio a come si spendono i soldi in Trentino Alto Adige, dove pure non mancano clientele e sprechi, ma dove i risultati dell’autonomia fanno davvero invidia a tutte le amministrazioni regionali italiane. E certamente, attraverso una buona gestione delle risorse assegnate, la Sicilia potrà rovesciare il tavolo dello sviluppo e scommettere sul binomio accoglienza-integrazione, come immaginano Caserta e Premoli. Laddove, proprio queste capacità hanno fatto grandi gli imperi, a partire da quello romano che nell’isola forse più bella del mondo ha lasciato magnifiche tracce.

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