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La crisi non frena gli sprechi di cibo

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La manovra ‘lacrime e sangue’ arrivata alla vigilia delle feste di fine anno avrà anche indotto a ridurre al minimo le spese per regali e addobbi, ma non sembra aver avuto effetti sugli sprechi alimentari. Neanche nel bel mezzo di una crisi che da mesi condiziona i consumi, gli italiani hanno rinunciato alla brutta abitudine di imbandire tavole troppo ricche di cibo e pietanze: dalla vigilia di Natale a Capodanno, sono finite nei cassonetti 440 mila tonnellate di cibo, per un valore complessivo di 1,32 miliardi di euro, il 20% della spesa complessiva. Uno sperpero di risorse e un danno rilevante per l’ambiente, ‘costato’ più di 50 euro a famiglia. Poco consola il fatto che, rispetto all’anno scorso, lo spreco si è ridotto del 12%, dovuto peraltro alla generale contrazione della spesa alimentare: si tratta comunque, evidenzia un’indagine della Cia (Confederazione italiana agricoltori) di cifre notevoli.

Carne, uova, latticini e pane i più sacrificati.
"A passare con più facilità dal piatto alla pattumiera -sottolinea la Cia – sono stati latticini, uova e carne (43%), seguiti da pane (22%), frutta e verdura (19%), pasta (4%) e dolci (3%)". Un fenomeno dalle dimensioni insostenibili, che tocca puntualmente il suo apice durante le festività di fine anno. A finire nel bidone dell’immondizia è stato quasi un quinto delle portate preparate per le tavole delle feste.

A Natale gli sprechi più grandi. "Gli sprechi maggiori si sono concentrati a ridosso di Natale (cene e pranzi del 24, 25 e 26 dicembre), quando gli italiani avrebbero gettato nei cassonetti – secondo l’indagine – quasi 90 milioni di euro, poco meno di 40 euro a famiglia. Mentre, più di 10 euro a nucleo familiare sono stati dissipati tra il cenone del 31 e Capodanno. Uno scempio dal punto di vista etico ed economico, oltre che ambientale: basti pensare, infatti  – ricorda la Cia- che una sola tonnellata di rifiuti organici genera 4,2 tonnellate di anidride carbonica".

Dal 1974 ad oggi sprechi cresciuti del 50%. La Confederazione rileva inoltre che "quella dello spreco alimentare è una tendenza cresciuta del 50% dal 1974 ad oggi e che globalmente interessa, secondo la Fao, un terzo del cibo prodotto nel mondo: ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vanno ‘perdute’ dal campo alla tavola, nei Paesi industrializzati (670 milioni di tonnellate) e in quelli in via di sviluppo (630 milioni di tonnellate). Uno sperpero a cui i consumatori europei e nordamericani contribuiscono con uno ‘spreco procapite’ di 115 chilogrammi all’anno, contro i 6-11 chilogrammi delle popolazioni dell’Africa sub-sahariana e del Sudest asiatico".

Abitudine dura a morire. Non basta sapere che in Europa 80 milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà, mentre sono 900 milioni le persone al mondo che soffrono di malnutrizione: "Malgrado questi tristi bilanci – ricorda la Cia – solo in Italia ogni anno si getta una quantità di cibo che potrebbe soddisfare i tre quarti della popolazione (più di 44 milioni di abitanti)". E in questo ‘impegno’ dissipatorio siamo in buona compagnia: come evidenziato recentemente dal professor Andrea Segrè, presidente della facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, sono gli Stati Uniti a detenere il titolo dei più ‘spreconi’; con il 40% degli alimenti prodotti finiti nel pattume, seguiti dalla Svezia con il 25% e la Cina con il 16%