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Gettare via il cibo: la filiera dell’assurdo

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Qualche giorno il caldo mi ha costretto a svegliarmi molto presto e ho deciso di infilarmi in un supermercato per fare la spesa. La scena che ho visto all’ingresso e’ la seguente: una pila di scatoloni di cartone con confezioni di yogurt, latte, salumi, formaggi e scatolette di tonno. Dove va questa roba? ho chiesto, incuriosito, a un dipendente del supermercato. Nella spazzatura mi ha risposto. Ho guardato piu’ attentamente i prodotti e mi sono accorto che quelle confezioni erano solo vicine alla data di scadenza, ma ancora perfettamente commestibili, e in alcuni casi semplicemente si presentavano male, con qualche ammaccatura.
Lo spreco del cibo in Italia, come in tutti i paesi del mondo occidentale, e’ una filiera dell’assurdo che, secondo le statistiche, nel nostro paese vale circa 6 milioni di tonnellate di alimenti. Senza un motivo preciso finiscono nel cestino dei rifiuti e rappresentano l’equivalente dei consumi alimentari degli spagnoli. Tutti sprecano: la catena della grande distribuzione, perche’ questi prodotti vengono considerati “non idonei” alla vendita, i piccoli commercianti, le mense delle aziende private e delle istituzioni pubbliche. Le nostre famiglie, dove mediamente si getta tra i rifiuti una percentuale che oscilla tra il 25 e il 30 per cento della spesa.
Perche’ sprechiamo cibo? Abitudine, vizio, e innanzitutto indifferenza. Nell’attimo di un gesto cosi’ inconsulto, nessuno si ricorda che la questione alimentare e’ uno dei grandi nervi scoperti della globalizzazione. La tavola del cibo, nel mondo, e’ divisa in due parti: in una si crepa, nell’altra si spreca. In una, che coincide con i paesi poveri, ci sono un miliardo di persone che soffrono la fame e hanno problemi di alimentazione; nell’altra, dove siedono i popoli del benessere come l’Italia, invece, siamo arrivati a circa un miliardo di uomini e donne che soffrono l’obesita’. Mangiano troppo, e sprecano cibo. La relazione tra le due stanze non e’ diretta, come avviene in molti fenomeni dell’economia, ma segnala una profonda inefficienza del mercato che non solo non accorcia le distanze ma crea nuovi squilibri. Non a caso, l’Unione europea ha inserito nella sua agenda l’obiettivo di ridurre gli sprechi alimentari di almeno il 50 per cento entro il 2025. E’ un traguardo molto ambizioso, che per essere raggiunto dovra’ superare le montagne di interessi commerciali e di cattive abitudini individuali. Ma per cominciare, bisogna partire dai nostri stili di vita, da un esercizio elementare di sobrieta’ e di attenzione quando facciamo la spesa, quando ci sediamo a tavola e quando sparecchiamo. I vantaggi sarebbero immediati. Innanzitutto risparmiando cibo sprecato si puo’ tagliare il budget degli acquisti familiari, e inoltre si riduce la pressione dei rifiuti che vengono gonfiati proprio dal pane, dalla pasta, e dalla carne che finiscono senza una ragione nel cestino della spazzatura. Infine, con un piccolo gesto, possiamo dare un colpo all’indifferenza, ricordandoci che gli altri, quelli che non sprecano ma crepano, sono molto piu’ vicini a noi di quanto possa sembrare osservando la carta geografica.