Finanziamenti dei centri antiviolenza, i soldi non arrivano - Non sprecare
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Centri antiviolenza per le donne, i soldi ci sono ma non arrivano mai alla giusta destinazione

Piani pluriennali. Annunci di maxi-stanziamenti. Tante dichiarazioni retoriche. E alla fine i fondi per aiutare concretamente le donne vengono sprecati

Prevenire, proteggere, perseguire i colpevoli. I centri antiviolenza sono un’ottima idea, l’unica davvero concreta e utile, per combattere la violenza contro le donne. E lo hanno capito innanzitutto le vittime: durante il primo lockdown, quando i maltrattamenti sono aumentati, e anche le chiamate ai centri sono cresciute del 73 per cento.

FINANZIAMENTI DEI CENTRI ANTIVIOLENZA

Quasi sempre nella sua resistenza contro la violenza dell’uomo, la donna è completamente sola. Non ha una sponda in famiglia. Si vergogna di parlarne con le amiche. E se passa alle denunce,  tocca con mano l’impotenza dello Stato: Deborah Ballesio, a Savona, aveva denunciato 19 volte (!) l’ex marito Domenico Massari, il quale prima le ha bruciato la casa un paio di volte e poi l’ha uccisa a coltellate.

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FONDI PER I CENTRI ANTIVIOLENZA

I centri antiviolenza, dunque, sono l’ultima spiaggia, ma potrebbero essere davvero la prima frontiera, al servizio delle donne, se funzionassero bene. E qui veniamo allo spreco, all’abisso che separa le dichiarazioni di intenti, la tronfia retorica di denuncia della violenza, dai fatti nudi e crudi.

Il funzionamento dei centri antiviolenza, per i soliti giri tortuosi della politica e della burocrazia, viene stabilito dal centro, attraverso il Dipartimento delle Pari Opportunità, per poi concretizzarsi in periferia, dove il rubinetto è nelle mani delle regioni. Il governo ha perfino ha una cabina di regìa a Palazzo Chigi, e una volta erogati i fondi, poi sono le regioni a distribuirli. Tutto dovrebbe andare liscio come l’olio, nell’interesse esclusivo delle donne, e invece tutto si rallenta e si inceppa. Fino all’abbandono e alla chiusura dei centri antiviolenza.

FONDI DESTINATI AI CENTRI ANTIVIOLENZA

Poiché siamo il Paese dei piani e della programmazione, fantasmi di un’amministrazione che spreca risorse, anche nel caso dei centri antiviolenza si procede per piani biennali e triennali. Peccato che i soldi arrivano con il contagocce o non si vedono proprio. Per il piano del biennio 2015-2016, dopo quasi sei anni, le regioni hanno liquidato solo il 76 per cento dei fondi. Uno stillicidio. È andata ancora peggio negli anni successivi.

I fondi che sono davvero arrivati ai centri antiviolenza sono stati il 67 per cento di quelli stanziati per il 2017; il 39 per cento per il 2018; il 10 per cento per il 2019. Anche per il 2020, nonostante la firma di un decreto che risale al mese di aprile per accelerare la distribuzione dei soldi da parte della ministra Elena Bonetti , finora soltanto cinque regioni (Abruzzo, Molise, Vento, Friuli Venezia-Giulia e Lombardia) hanno iniziato a distribuire gli stanziamenti.

CENTRI ANTIVIOLENZA: COSA SONO E COME FUNZIONANO

Il sospetto, non inverosimile, è che, a fronte di attese di anni e di una distribuzione dei soldi mai pari al 100 per cento dei fondi stanziati, le risorse destinate ai centri antiviolenza finiscano altrove. Magari per spese correnti. Ma questo è ciò su cui dovrebbe vigilare il Dipartimento delle Pari opportunità con la sua cabina di regìa, andando a chiedere spiegazioni alle regioni inadempienti, facendo controlli a campione sull’uso dei soldi nei  centri, e prevedendo anche  forme di commissariamento su questa specifica attività per le amministrazioni regionali che non rispettano piani e obiettivi fissati dal governo.

E invece il ministero delle Pari Opportunità va avanti a testa bassa, come se nulla fosse. Alla fine di novembre si è riunita la famosa cabina di regìa per avviare il lavori per definire il nuovo piano triennale (2021-2023), e la ministra Bonetti ha fatto le sue lodi alle regioni per la «collaborazione istituzionale», nonostante le difficoltà, anche di comunicazione, in tempi di pandemia.

CENTRI ANTIVIOLENZA IN ITALIA

Aspettiamoci, quindi, nuovi annunci, anche con cifre mirabolanti: in teoria, il piano strategico 2017-2020 prevede una spesa complessiva di 132 milioni di euro, con 102 azioni da intraprendere da parte dei centri antiviolenza, ma abbiamo visto finora con quale velocità e con quale oscurità si sta procedendo concretamente all’erogazione dei soldi.

C’è poi un secondo aspetto, molto opaco, a proposito dei centri antiviolenza e servizi specializzati, e riguarda il loro numero reale. L’ultimo censimento dell’Istat ne ha individuati, a fine 2018, 338, ma di questi soltanto 253 sono stati riconosciuti dalle regioni e sono finanziabili. Nel 2017, ovvero un anno prima, erano 302. Una crescita molto forte, ma anche un tantino sospetta, considerando i soldi che, almeno sulla carta, girano per questa attività. In particolare i centri antiviolenza sono aumentati in Lombardia (+16 unità) e nel Lazio (+ 8 unità), mentre sono diminuiti in Campania (- 5) e in Sicilia (- 3), ovvero proprio nelle regioni più a rischio e dove le donne hanno più bisogno di prevenzione, protezione e perseguimento dei colpevoli.

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