Questo sito contribuisce all'audience di

Ecco la Germania dopo lo stop al nucleare

di Posted on
Condivisioni

di Danilo Taino     

Passeggiano a lungo per i boschi, qualche volta nudi. Difendono gli alberi uno a uno, com’è successo a Stoccarda dove il progetto di nuova stazione, che prevede di tagliarne molti, ha provocato un’insurrezione. Costruiscono tunnel sotto le autostrade per fare attraversare le rane senza pericoli. Suddividono con precisione l’immondizia, fino a nove o dieci tipologie in città come Friburgo. Mettono pannelli solari ovunque, indifferenti al poco sole del loro Paese. Le campagne sono linde, ordinate e rispettate come patrimonio nazionale, e nelle città si moltiplicano i negozi di cibi biologici. È che i tedeschi sono approdati a una nuova era, quella in cui il verde, l’ambiente, l’attenzione al clima e all’inquinamento stanno prendendo il primo posto tra le priorità politiche e sociali, ma anche tra quelle individuali.

Ora, rinunciano al nucleare. Ma attenzione, non una rinuncia ideologica, sì o no. Una rinuncia con un progetto che a molti, fuori dalla Germania, sembra folle, oppure demagogico, oppure velleitario, ma che comunque è un progetto unico: essere il primo Paese industriale avanzato a spegnere l’interruttore dell’energia da fonti fossili – carbone, metano, petrolio – e svoltare verso un’economia mossa da energie alternative. Il governo di Angela Merkel, infatti, non si è limitato a spaventarsi di fronte all’incidente della centrale nucleare di Fukushima, in Giappone, e a decidere di chiudere l’ultima delle 17 centrali nucleari tedesche entro il 2022. Ha soprattutto detto di volere passare al 35 per cento di energie rinnovabili – il doppio di oggi – entro il 2020 e all’80 per cento entro il 2050. «Abbiamo bisogno di un’architettura interamente nuova per il nostro sistema dell’energia», ha affermato la cancelliera. Impresa colossale, se all’impegno verbale seguiranno i fatti. Sulla strada delle fonti rinnovabili, però, il Paese è già avviato.

Il circondario rurale di Cochem-Zell è nel Land della Renania-Palatinato, 65 mila persone che abitano nella valle della Mosella, belle montagne, castelli e vigneti. Nel 2008 la comunità locale ha deciso di puntare all’emissione zero di anidride carbonica. Celle fotovoltaiche su case ed edifici pubblici, teleriscaldamento, progetti per l’utilizzo di biomasse e bioingegneria, luci a basso consumo negli edifici, risparmio energetico. Già oggi, tre anni dopo, copre l’intera domanda di energia con fonti rinnovabili: idroelettrica (56 per cento), eolica (36), biomasse (6), solare (1). Entro il 2020, avrà tagliato le emissioni di gas serra del 74 per cento (rispetto ai livelli del 1990). Cochem-Zell non è sola: in tutta la Germania, da nord a sud, almeno cento progetti locali e regionali hanno obiettivi simili. «Da decenni c’è un grande movimento per l’energia alternativa in Germania», sostiene il deputato dei Verdi Hans-Josef Fell, che vive in una casa interamente ecologica vincitrice del Solar Oscar. «È un movimento formato dal popolo, non dall’industria dell’energia».

Non che le grandi imprese stiano a guardare. I produttori di energia hanno protestato per la chiusura delle centrali nucleari decisa dal governo, così come hanno fatto molti gruppi industriali che temono blackout e aumenti dei prezzi dell’elettricità. Ma intanto investono e non poco nelle rinnovabili. All’inizio dello scorso maggio, la cancelliera Merkel ha inaugurato la prima “Wind farm offshore”, voluta dal gruppo elettrico EnBW: 21 turbine eoliche della Siemens nel Mar Baltico. Lo stesso gruppo ne aprirà una seconda nel 2013 con 80 turbine. E molti altri progetti per la produzione di energia eolica sono in cantiere, offshore (20 Wind farm sono già autorizzate nei mari Baltico e del Nord e altre 20 sono in programma) o su terra. È un salto di qualità, dicono gli esperti, che parte dagli incentivi pubblici per la produzione di energie alternative, in essere da dieci anni, ma che sta prendendo il volo grazie alla decisione di rinunciare al nucleare, che in Germania fornisce il 22 per cento del totale dell’energia consumata, e di costruire i costosi (e spesso francamente invasivi) sistemi di trasmissione dell’energia.

 

UN MILIARDO PER UNA WIND FARM

Qualcuno parla di corsa all’oro offshore. Forse è troppo. Fatto sta che, per esempio, il piccolo porto di Cuxhaven, sul Mare del Nord, visti calare i traffici marittimi per la concorrenza di Amburgo e Bremerhaven si sta ristrutturando in centro per la costruzione di centrali eoliche marittime e come snodo di ricezione dell’energia trasmessa a terra. E altre città lo imitano. Il fatto è che il governo punta ad avere, entro il 2030, 25 mila megawatt di potenza prodotti da turbine eoliche offshore: è l’equivalente di 20 reattori nucleari. Il costo è alto: solo per partire, una Wind farm ha bisogno di un miliardo di euro. Ma tutto il piano di rivoluzione energetica tedesco ha costi sbalorditivi. Un’altra idea, che deve ancora essere sistematizzata in provvedimenti legislativi, è quella di ristrutturare l’intero patrimonio abitativo della Germania con interventi finalizzati al risparmio energetico: l’investimento che gli esperti prevedono è tra i 500 e i mille miliardi entro il 2050.

Anche in questo settore, però, le novità sono già in essere. La ristrutturazione del quartier generale della Deutsche Bank a Francoforte, curata dall’architetto italiano Mario Bellini, ha per esempio conquistato i titoli dei giornali come “un caso” di notevole introduzione di tecnologie verdi in un edificio esistente. Lo stesso vale per la Passivhochhaus di Friburgo, città verde per eccellenza: il primo grattacielo al mondo a essere ristrutturato con lo scopo di renderlo del tutto autosufficiente in fatto di energia. Ma gli esempi di interi quartieri cittadini che puntano alla produzione locale di energia – solare, biomasse, vento – per essere autosufficienti e anzi rivendere energia alla rete nazionale crescono di giorno in giorno.

 

PANNELLI NEL DESERTO

Anche i parchi solari si moltiplicano: pare che siano particolarmente attratti dagli ex aeroporti militari dell’Armata Rossa, nell’Est della Germania, sempre più spesso colmati con pannelli a celle fotovoltaiche anche se l’efficienza che raggiungono non è granché, dato il numero non elevato di giornate di sole sul Paese. Più interessante, forse, è un progetto nato nei centri di ricerca tedeschi: Desertec, cioè l’idea di coprire parti di deserto del Sahara con campi di pannelli solari per poi trasportare (questa è la parte complicata) l’energia in Europa. Il dato dal quale è partito l’ideatore del progetto, il professor Gerhard Knies, è che “in sei ore il deserto riceve più energia dal sole di quanta ne consumi l’umanità in un anno”: se l’impresa – attivata dal più grande assicuratore del mondo, Munich Re, e oggi sostenuta tra le altre aziende da Deutsche Bank, Siemens, E.On, Rwe, Abb e dalle italiane Enel e Terna – dovesse avere successo, dai Paesi del Maghreb potrebbe arrivare almeno il 15 per cento dell’energia necessaria all’Europa, e questa volta non da fonti fossili ma rinnovabili.

Insomma: la Germania sta diventando il maggiore laboratorio al mondo in fatto di crescita economica verde. Frau Merkel, cancelliera più ambientalista che cristiano-democratica, è alla guida di questo passaggio, affiancata dal suo ministro dell’Ambiente Norbert Röttgen e dal commissario all’Energia che ha mandato a Bruxelles, Günther Oettinger. Ma è la forza del partito verde, i Grüne guidati da Claudia Roth e Cem Özdemir, a dare il segno della sensibilità della Germania per l’ambiente: ormai, i sondaggi li danno sopra il 25 per cento dei consensi, secondo partito nazionale, un fenomeno unico al mondo. È che i tedeschi, alla fine, hanno trovato un’ideologia della quale andare orgogliosi: come sempre, fanno sul serio. Trattenete il fiato