Donazioni coronavirus, è giusto tutto alla Protezione Civile? - Non sprecare
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Donazioni, il lavaggio del cervello degli italiani. Tutto alla Protezione Civile, e ai poveri chi ci pensa?

Una campagna martellante, spinta dal governo. Con uno squilibrio evidente a favore di un pezzo della macchina dello Stato già finanziato per via ordinaria. Ma così vanno fuori gioco associazioni come la Caritas

Siamo ammiratori della Protezione civile dalla prima ora, dal giorno della sua nascita. L’Italia è riuscita a creare un modello, studiato e copiato in tutto il mondo, grazie a uomini di grande valore e innanzitutto alla caparbietà di un personaggio politico che va ricordato, il democristiano Giuseppe Zamberletti. È  lui il padre della Protezione civile, ed è stato lui che riuscì a farne un Dipartimento, poi incardinato nella presidenza del Consiglio, e sottratto ad appetiti e spartizioni politiche. Qui, per quasi dieci anni, ha servito il Paese con grande competenza Guido Bertolaso, che ha fatto fare al Dipartimento della Protezione civile un vero salto di qualità organizzativo e operativo.

DONAZIONI CORONAVIRUS

Zamberletti era un uomo del fare, della concretezza ispirata ai valori del bene comune e della solidarietà. I meno giovani lo ricordano in campo, in prima persona, tra le macerie dei terremoti del Friuli Venezia Giulia, dell’Irpinia e della Valtellina. E la sua impronta è restata nel corso degli anni, tanto che oggi la Protezione civile, nel momento di necessità, coordina forze che vanno dai Vigili del fuoco alla Polizia, dalla Croce Rossa al Servizio Sanitario nazionale.

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A CHI DONARE PER EMERGENZA CORONAVIRUS

Giusto, quindi, affidarsi alla Protezione civile anche nel caso della pandemia del coronavirus. È molto meno comprensibile, invece, la scelta del governo di fare un vero lavaggio del cervello agli italiani, martellandoli con un messaggio unilaterale: «Donate i soldi alla Protezione civile, solo alla Protezione civile». Le tracce di questa campagna a tappeto sono sparse ovunque. Non c’è programma da grandi ascolti del servizio pubblico, la Rai, che non abbia messaggi pubblicitari con l’indicazione del codice Iban per elargire soldi alla Protezione civile. Stessa cosa nel mondo delle televisioni commerciali. Il monopolio della Protezione civile è condiviso da privati e da grandi banche. La famiglia Della Valle, molto generosa e molto concreta, si è data da fare sia in prima persona sia attraverso un fondo di raccolta a sostegno esclusivo del Dipartimento. E sono arrivati finora oltre 7 milioni di euro. Così Banca Intesa ha messo a disposizione della Protezione civile circa 100 milioni di euro.

Non vogliamo neanche pensare che un solo euro di questo fiume di denaro vada sprecato. E conta poco il fatto che in passato ma anche nel presente, purtroppo, ci sono state inchieste e scandali relativi a forniture, acquisti e appalti della Protezione civile. Non scandalizziamoci: sono cose che possono accadere quando gira tanto denaro pubblico e quando le procedure per spenderlo sono accelerate rispetto alla prassi. Piuttosto c’è da augurarsi che l’intervento delle magistratura non avvenga a posteriori, quando i buoi, con i soldi della cassa, sono già scappati.

DONAZIONI PER EMERGENZA

Il punto che non convince è un altro, ovvero la precisa volontà di statalizzare perfino le donazioni e di indirizzarle, in modo esclusivo, verso la Protezione civile. Cavalcando la potenza della macchina dello Stato, compresi i suoi mezzi finanziari, e perfino la popolarità dei vertici del Dipartimento. Pensate che Angelo Borrelli, il capo della Protezione civile, secondo l’indagine di Mediamonitor è il terzo personaggio pubblico, dopo Giuseppe Conte e Matteo Salvini, più citato e ripreso dai media.

L’errore, speriamo fatto in buona fede, è grave per almeno tre motivi, che rischiano di tradursi in altrettanti sprechi. Il primo motivo è che la Protezione civile è un pezzo della macchina dello Stato, dispone di un suo budget, di risorse pubbliche importanti che vengono qui indirizzate e destinate sia in via ordinaria sia in via straordinaria quando esplode un’emergenza. Dunque, alla Protezione civile i soldi non dovrebbero mancare. Sono pochi, rispetto alla catastrofe del coronavirus: sicuramente, ma la coperta è corta per tutte le organizzazioni impegnate, in qualche modo, sul fronte del Covid-19. E nessuna può contare di spalle larghe e coperte come la Protezione civile. Seconda obiezione: la Protezione civile interviene e lavora sull’emergenza, fronte decisivo e molto delicato. Ma poi c’è un fronte che possiamo definire dell’ordinaria povertà, dell’ordinaria solitudine, dell’ordinaria precarietà, dove la Protezione civile non è in campo e dove le risorse pubbliche, per esempio degli enti locali, sono sempre meno sufficienti. In questo perimetro diventa decisivo il ruolo delle organizzazioni di volontariato, a partire da quelle cattoliche. Se non ci fossero, diciamolo chiaramente, la povertà in Italia sarebbe completamente fuori controllo. E la domanda di aiuti da parte delle famiglie povere è esplosa dopo la pandemia. Un solo dato: a Roma, una famiglia povera su tre non ha ricevuto neanche il buono spesa per andare al supermercato e mettere qualcosa a tavola. E queste famiglie per campare non si rivolgono alla Protezione civile, ma semmai alla Caritas.

DONAZIONI PROTEZIONE CIVILE

Ma se le donazioni vengono monopolizzate dal Dipartimento della Protezione civile, per effetto di una martellante campagna, è chiaro che saranno i punti di assistenza della Caritas a ritrovarsi con meno risorse. D’altra parte la partita di una possibile e sana concorrenza non è neanche proponibile. Se cliccate su Google le parole Donazioni alla Protezione civile compaiono oltre 11 milioni di visualizzazioni; se cercate Donazioni alla Caritas le visualizzazioni sono appena 1 milione e 300mila. La decima parte.

E veniamo, infine, al terzo motivo. La lotta ai problemi sociali legati al coronavirus è molto territoriale, e non può essere certo delegata solo a organi centrali. Inoltre le forme di povertà sono diverse regione per regione, e perfino quartiere per quartiere. C’è bisogno di un’azione capillare e costante, fatta da chi conosce bene tutti gli snodi di questo universo. Restiamo all’esempio della Caritas, ma si possono citare anche tanti altri casi. La sua rete è capillare con le 220 Caritas diocesane e con 7.500 strutture collegate. Complessivamente vengono assistiti oltre 1 milione e mezzo di veri poveri. Vogliamo ricordarci di loro e di chi li aiuta ogni giorno quando si tratta di donare anche un euro? Sarebbe il caso.  

IL NOSTRO SPECIALE SUL CORONAVIRUS:

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